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sabato 31 agosto 2013

Il Vulcano in eruzione



In alcuni partiti, salvo poi eclatanti ed ignobili pugnalate alle spalle e svolte inattese nel gran finale della farsa tragi-comica, non traspare discussione e battibecco alcuno. Calma piatta.
Talora il dubbio è che anche elettroencefalogramma ed elettrocardiogramma si siano per un attimo fermati come per effetto di un incantesimo che ha cristallizzato la scena in un bolla di ghiaccio.
E sarebbe bello sapere per mano di quale misteriosa bacchetta magica possa avvenire tutto ciò…
Immobilismo, contegno formale a dispetto dei contenuti tutt’altro che soft, che vengono poi tradotti in legge e offerti senza vergogna ai cittadini increduli per la inattesa, quanto spiacevole sorpresa.
Tutto ciò è inevitabile, alcuni partiti e forse tutti, sono allo stadio finale della malattia, pronti a partire per il gran viaggio di non ritorno ed i fantasmi che li animano sono silenziosamente e faticosamente impegnati a tener insieme i cocci. Nessuno fiati! Nessuno sbuffi! Nessuno si lamenti!
Il M5S invece scoppia di salute. E’ un baldo giovane radioso, aperto, pieno di entusiasmo, che viaggia, ascolta, impara, con tante idee e possibilità nel suo futuro che alimentano ulteriormente la sua voglia di dire e fare.
Il M5S può permettersi di discutere, di confrontarsi liberamente “en plein air” e non nelle segrete stanze, può anche litigare, perchè non sarà una piccola divergenza di dettaglio a minare obiettivi certi e condivisi maturati non in un parlamento imbalsamato, ma nella vita reale di tanti cittadini che sanno benissimo cosa vogliono e di cosa hanno bisogno.
Il M5S discute perchè è un movimento realmente democratico, perchè è convinto che sia la discussione ad arginare gli errori e a permettere di fare le scelte più opportune.
Se qualcuno pensa che il M5S sia in crisi, che si dividerà, che sarà una meteora volante, mi dispiace disilluderlo, ma si sta sbagliando di grosso, ha visto solo un brutto film.
Cantava Battisti…”Come può uno scoglio arginare il mare?”. E come possono, dico io, un dibattito, una mail trafugata di nascosto, un intervento polemico, arrestare un processo irreversibile che in contro tendenza a quanto avviene altrove continua a raccogliere sempre nuovi consensi?
Quanti rappresentanti di altri partiti in strada incontrano cittadini che nello stringere loro la mano o dare loro una pacca sulla spalla dicono: “Continuate così, non siete soli, crediamo in voi”?
Ebbene questo è il commento più frequente che ci rivolgono quando a piedi o magari in bicicletta incontriamo i cittadini del Paese reale.
I giornali possono scrivere quello che vogliono, la televisione strumentalizzare la più piccola pagliuzza, ma il destino del M5S non è quello di dividersi, ma di crescere.
Alcuni esprimono pareri diversi, magari si sfottono ironicamente o addirittura sembrano litigare? Ebbene queste sono solo manifestazione di un sodalizio saldo, amorevole e appassionato. Perchè nel M5S la politica è ancora passione, perchè noi abbiamo ancora il gusto del fare politica, anche di impararla e di far tesoro degli errori. Cosa che altri non hanno fatto, altrimenti non ripeterebbero i soliti errori, la cui collezione è così fornita da far concorrenza solo ai soldi che hanno indebitamente preso in questi anni dal sudore e dalle tasche degli italiani.
Noi siamo un vulcano in eruzione, ma siamo anche forniti di una struttura sismicamente validata….facciamo collaudi tutti i giorni.

Serenella Fucksia
Portavoce al Senato M5S

Inquinamento nelle acque di Montemurro

INQUINAMENTO

Acque contaminate a Montemurro, dati choc

L'acqua che fuoriesce e analizzata










Presenza di idrocarburi e metalli pesanti vicino al pozzo di reiniezione

di Redazione Basilicata24

I campionamenti sono stati effettuati tra maggio e luglio scorsi in contrada La Rossa a Montemurro, vicino al pozzo di reiniezione Costa Molina2. Albina Colella, professore ordinario di geologia e sedimentologia all'Università della Basilicata e Giuseppe Di Bello, tenente della Polizia provinciale di Potenza, da sempre in prima linea nella denuncia dell'inquinamento da idrocarburi in Val d'Agri hanno presentato i dati alla stampa in mattinata. "Sono i risultati preliminari di nuove analisi sulle acque della Val d’Agri- spiega Colella- nell’ambito di una mia ricerca condotta in collaborazione con altre Università e con il Ten. Di Bello, che ha sempre collaborato alla campionatura".
I dati sono riferiti all’inquinamento di acque sotterranee che fuoriescono da una piccola falda poco a Est del pozzo petrolifero di reiniezione Costa Molina 2, in territorio di Montemurro. "Si tratta- spiega la prof. Colella- di acque contaminate, con composizione molto diversa da quella delle acque delle sorgenti della Val d’Agri monitorate nell’ambito del progetto europeo POP-FESR “Agrifluid” di cui sono stata responsabile scientifico. Tali acque, di colore grigio-scuro e con odore sgradevole, sono ricche di idrocarburi (540 microgrammi/litro), di metalli come il bario (usato anche nelle trivellazioni petrolifere), di boro, ferro, alluminio, ecc., e di sodio, magnesio, cloruri, solfati, ecc. Si tratta di acque molto saline, al punto che rendono sterile il terreno su cui scorrono in superficie, impedendo la crescita della vegetazione, come si vede nel video. Ad una valutazione preliminare- specifica Albina Colella- queste acque avrebbero le caratteristiche di acque di produzione petrolifera. Si tratta di acque contaminate che comprendono sia le “acque di formazione” (acque saline naturali associate all’olio greggio nel giacimento petrolifero ), sia le “acque di processo” che vengono generalmente iniettate durante la fase di produzione petrolifera, cui si associano idrocarburi e altri inquinanti, tra cui metalli, solidi sospesi e disciolti ed elementi radioattivi. L’acqua di produzione- aggiunge- rappresenta lo scarto petrolifero più abbondante e viene in genere reiniettata nel sottosuolo nei cosiddetti pozzi di reiniezione, come il pozzo Costa Molina 2, ubicato vicino alla piccola sorgente. Diversi sono gli incidenti citati in letteratura su episodi di inquinamento del suolo, sottosuolo e falde acquifere, ad opera di queste acque di produzione. Si noti che nel 1999, secondo notizie di stampa, si sarebbe verificato un incidente all’incamiciatura del pozzo Costa Molina 2. La ricerca è in itinere, con la realizzazione di altre analisi di acque, di suoli e di terreni, per addivenire ad una interpretazione certa e ben documentata".

Mar, 27/08/2013 - 13:31






Lordon: la moneta salva-Europa che la sinistra non vuole

La sinistra europea è direttamente responsabile del crimine contro la democrazia chiamato Eurozona, organizzato per conto delle élite che avevano un unico obiettivo: far sparire la sovranità popolare dal vecchio continente, precipitandolo in una crisi inaudita, in cui il lavoro scarseggia e i diritti diventano un lontano ricordo. E’ la conclusione cui perviene l’economista francese Frédéric Lordon, che indica una via d’uscita possibile: al posto dell’attuale “moneta unica”, per superare la crisi servirebbe una “moneta comune” europea, governata in modo sovrano dalle banche centrali nazionali e non convertibile all’esterno se non attraverso «una nuova Bce», che non avrebbe più potere in materia di politica monetaria, ma fungerebbe solo da “ufficio cambi” per le transazioni internazionali tra le nuove “euro-monete” e le altre valute mondiali, come il dollaro.
«Molti, specialmente a sinistra, continuano a credere che l’euro verrà modificato, che passeremo dall’attuale euro austeritario a un euro Frédéric Lordonfinalmente rinnovato, progressista e sociale: questo non succederà», avverte Lordon in un intervento pubblicato dal “Manifesto” e da “Libération” e ripreso da “Megachip”. «Basta pensare all’assenza di qualsiasi leva politica nell’attuale immobilismo dell’unione monetaria europea per farsene una prima ragione. Ma questa impossibilità – continua Lordon – poggia soprattutto su un argomento molto più forte, che può essere espresso con un sillogismo». Premessa maggiore: «L’attuale euro è il risultato di una costruzione che, anche intenzionalmente, ha avuto come effetto quello di dare tutte le soddisfazioni possibili ai mercati dei capitali e strutturare la loro ingerenza sulle politiche economiche europee». Premessa minore: «Qualsiasi progetto di trasformazione significativa dell’euro è ipso facto un progetto di smantellamento del potere dei mercati finanziari e di espulsione degli investitori internazionali dal campo dell’elaborazione delle politiche pubbliche». E’ ingenuo, quindi, aspettarsi che i “padroni dell’universo” lascerebbero fare.
«I mercati – chiarisce l’economista – non lasceranno mai che si concepisca, sotto i loro occhi, un progetto la cui finalità evidente è quella di sottrarre loro il potere disciplinare». E appena un progetto di smantellamento dell’euro cominciasse ad acquisire un briciolo di consistenza politica e qualche probabilità di essere attuato, «si scatenerebbero una speculazione e una crisi di mercato acuta che non lascerebbero il tempo di istituzionalizzare una costruzione monetaria alternativa». Il solo esito possibile, a caldo, «sarebbe il ritorno alle monete nazionali», cioè lo scenario più avversario da «quella sinistra “che ancora ci crede”», come il partito socialista francese, «che oramai con la sinistra intrattiene esclusivamente rapporti di inerzia nominale». Idem per «la massa indifferenziata degli europeisti che, silenziosa o beata per due decenni, scopre solo ora le tare del suo oggetto prediletto e realizza, con sgomento, che potrebbe andare in frantumi». Nessuna soluzione sul tappeto, perché «un così lungo periodo di beato torpore intellettuale non si recupera in un batter d’occhio». In altre parole: dall’attuale sinistra europea è inutile Hollandeaspettarsi qualcosa di utile.
In verità, aggiunge Lordon, «le scarne idee a cui l’europeismo aggrappa le sue ultime speranze sono diventate parole vuote: titoli di Stato europei (o Eurobond), “governo economico”, o ancora meglio il “balzo in avanti democratico” di François Hollande», formule di carta che possono al massimo suscitare l’ilarità di Angela Merkel. La sinistra annaspa tra «soluzioni deboli per un pensiero degno della corazzata Potëmkin che, non avendo mai voluto approfondire nulla, rischia di non capire mai niente». Ma attenzione, non è detto che Hollande e compagni siano solo tonti, e quindi innocenti: è possibile che siano, più che altro, complici diretti dell’ingegneria del disastro. «Può darsi che si tratti non tanto di comprendere quanto di ammettere: ammettere finalmente la singolarità della costruzione europea, che è stata una gigantesca operazione di sottrazione politica». Cosa c’era da sottrarre, esattamente? «Né più né meno che la sovranità popolare». Sicché, «la sinistra di destra, diventata come per caso europeista forsennata, si riconosce, tra l’altro, per come le si drizzano i capelli in testa quando sente la parola sovranità, immediatamente ridotta a “ismo”: sovranismo».
La cosa strana, aggiunge Lordon, è che a questa “sinistra di destra” «non viene in mente neanche per un attimo che “sovranità”, intesa innanzitutto come sovranità del popolo, è semplicemente un altro termine per indicare lademocrazia stessa». E’ come una sorta di “confessione involontaria”: «Il rifiuto della sovranità equivale a un rifiuto della democrazia in Europa», anche se la retorica di partito fabbrica spauracchi come l’espressione “ripiegamento nazionale”, temendo il 25% del Front National, senza peraltro domandarsi da dove venga il successo di Marine Le Pen. Una percentuale che «ha molto a che fare con la distruzione della sovranità, non intesa come esaltazione mistica della nazione, ma come capacità dei popoli di determinare il loro destino». Finiamola con l’ipocrisia, insiste Lordon: la sinistra, massima sostenitrice dei trattati-capestro europei, da Maastricht in poi, ha finto di ignorare «lo scandalo intrinseco della sottrazione delle politiche pubbliche al criterio fondamentale della democrazia», cioè la possibilità di rivedere sempre gli accordi presi. In Europa, invece, «si è scelto di scrivere tutto e una volta per tutte in trattati inamovibili». Politica monetaria, uso dello strumento budgetario, livello di indebitamento Marine Le Penpubblico, forme di finanziamento del deficit: «Tutte queste leve fondamentali sono state scolpite nel marmo».
Come si potrebbe discutere del livello di inflazione desiderato quando quest’ultimo è stato affidato a una Banca centrale indipendente e tagliata fuori da tutto? Come si potrebbe decidere una politica budgetaria quando il suo saldo strutturale è predeterminato (“pareggio di bilancio”) ed è fissato un tetto per il suo saldo corrente? E ancora: come decidere se ripudiare un debito, quando gli Stati possono finanziarsi solo sui mercati di capitali? «Lungi dal fornire la benché minima risposta a queste domande – anzi, con l’approvazione implicita che danno a questo stato di cose costituzionale – le trovate da concorso per le migliori invenzioni europeiste sono votate a passare sistematicamente accanto al nocciolo del problema», col granitico appoggio della “sinistra di destra” inaugurata da Mitterrand e incarnata oggi da Hollande. «Ci si domanda così quale senso potrebbe avere l’idea di “governo economico” dell’Eurozona, questa bolla di sapone, che il Ps propone, quando non c’è proprio più niente da governare, dal momento che tutta la materia governabile è stata sottratta a qualsiasi processo decisionale per essere blindata in quei trattati».
Anche immaginando – in via del tutto ipotetica – un’Europa finalmente libera, civile e democratica, ovvero «unademocrazia federale in piena regola, con un potere legislativo europeo degno di questo nome, ovviamente bicamerale e dotato di tutte le sue prerogative, eletto a suffragio universale» e non certo “nominato” com’è oggi la Commissione Europea, la domanda che si porrebbe a tutti coloro che sognano di “cambiare l’Europa per superare la crisi” sarebbe la seguente: «Riescono a immaginare la Germania che si piega alla legge della maggioranza europea se per caso il Parlamento sovrano decidesse di riprendere in mano la Banca centrale, di rendere possibile un finanziamento monetario degli Stati o il superamento del tetto del deficit di bilancio?». Ridicolo il solo pensarlo. Sarebbe come aspettarsi l’applauso dei francesi se «la maggioranza europea imponesse alla Francia la privatizzazione integrale della sicurezza sociale». A proposito: «Chissà come avrebbero reagito gli altri paesi se la Francia avesse imposto all’Europa la propria forma di protezione sociale, come la Germania ha fatto con l’ordine monetario, e se, come quest’ultima, ne avesse fatto una Mitterrandcondizione imprescindibile».
Bisognerà dunque che gli architetti di questo disastroso europeismo si accorgano che «non c’è democrazia vivente, né possibile, senza uno sfondo di sentimenti collettivi, unico capace di far acconsentire le minoranze alla legge della maggioranza». Se la democrazia è “la legge della maggioranza”, aggiunge Lordon, «questo è proprio il genere di cose che gli alti funzionari – o gli economisti – sprovvisti di qualsiasi cultura politica, e che però formano l’essenziale della rappresentanza politica nazionale ed europea, sono incapaci di vedere. Questa povertà intellettuale – continua l’economista – ci porta regolarmente ad avere questi mostri istituzionali che ignorano il principio di sovranità, e il “balzo in avanti democratico” si annuncia già incapace di comprendere come questo comune sentire democratico sia una condizione essenziale e di come sia difficile soddisfarla in un contesto plurinazionale».
Primo passo, dunque: il ritorno alle monete nazionali, per ripristinare sovranità democratica, potere di spesa e quindi strumenti finanziari anti-crisi. Soluzione «tecnicamente praticabile», secondo Lordon: «Basta che sia accompagnata da alcune semplici misure ad hoc (in particolare il controllo sui capitali) e saremo in grado di non abbandonare completamente l’idea di fare qualcosa in Europa». Non una “moneta unica”, poiché questa presuppone una costruzione politica autentica, per il momento fuori dalla nostra portata. Fattibile, invece, una “moneta comune”, ossia «un euro dotato di rappresentanti nazionali: degli euro-franchi, delle euro-pesetas, ecc». Immaginiamo questo nuovo contesto, in cui le denominazioni nazionali dell’euro non siano direttamente convertibili verso l’esterno (in dollari, yuan) né tra loro. «Tutte le convertibilità, esterne e interne, passano per una nuova Banca Centrale Europea, che funge in qualche modo da ufficio cambi, ma è privata di ogni potere dipolitica monetaria. Quest’ultimo è Draghirestituito alle banche centrali nazionali, e saranno i governi a decidere se riprendere il controllo su di esse o meno».
La convertibilità esterna, riservata all’euro, si effettuerebbe sui mercati di cambio internazionali, quindi a tassi fluttuanti, ma attraverso la Bce, cioè il solo organismo delegato per conto degli agenti (pubblici e privati) europei. «Di contro, la convertibilità interna, quella dei rappresentanti nazionali dell’euro tra loro, si effettua solo allo sportello della Bce, e a delle parità fisse, decise a livello politico: ci sbarazziamo così dei mercati di cambio intraeuropei, che erano il focolaio di crisi monetarie ricorrenti all’epoca del Sistema Monetario Europeo, e al tempo stesso siamo protetti dai mercati di cambio extraeuropei per l’intermediario del nuovo euro». Proprio questa doppia caratteristica, secondo Lordon, sarebbe «la forza della moneta comune», restituita ai governi in modo da consentire loro di far fronte al disastro della recessione provocata proprio dalla rigida deflazione imposta dall’attuale euro-rigore.

Alziamo il deficit per rilanciare la ripresa

di Giorgio La Malfa e PierGiorgio Gawronski, da Il Sole 24 Ore, 30 agosto 2013
Nel porre al centro dell'attenzione il tema della ripresa dell'economia e della lotta contro la disoccupazione, il Governo Letta ha fatto, con cautela e senza enfasi, una correzione di rotta rispetto all'impostazione del Governo Monti. Era, a nostro avviso, la sola cosa sensata da fare, visti gli esiti disastrosi di quella politica.

La concentrazione ossessiva sul riequilibrio immediato dei conti pubblici è costata due anni di caduta del reddito nazionale e dell'occupazione, e non ha neppure raggiunto gli obiettivi di finanza pubblica: il deficit, che doveva azzerarsi nel 2013, è al 3% del Pil; il rapporto debito/Pil, che doveva collocarsi al 118% ed essere in discesa, è al 130% ed è tuttora in crescita. In coerenza con questa nuova impostazione, il Governo ha dato un modesto contributo al sostegno della domanda, rinviando gli aggravi fiscali preannunciati e avviando la liquidazione dei debiti pregressi della Pa. Queste decisioni, insieme al segnale netto venuto dalle elezioni avverso all'austerità, stanno probabilmente contribuendo a stabilizzare le aspettative e quindi a frenare la caduta dei consumi e del Pil. 

Sentiamo dire che questi provvedimenti stanno portando l'Italia fuori dalla crisi. Il Governo prevede per il 2014-16 una crescita di poco superiore all'1% in media d'anno. Seppure questa previsione fosse esatta, si tratterebbe di un recupero modestissimo rispetto ai passi indietro compiuti negli ultimi sei anni, durante i quali il reddito nazionale si è ridotto del 9%, la produzione industriale è diminuita del 20% e il tasso di disoccupazione è raddoppiato dal 6,1% al 12,2%. Bisogna ora stabilizzare il rapporto debito/pil ed evitare che il calo congiunturale si traduca in una flessione definitiva del reddito potenziale. Per questi motivi, per l'Italia è indispensabile assicurarsi rapidamente un tasso di crescita del reddito nazionale dell'ordine del 3-4% l'anno: un obiettivo realistico, non dissimile dai ritmi di sviluppo che attualmente si registrano in Giappone, dove un cambiamento della politica economica ha fatto decollare un'economia stagnante da oltre vent'anni.

Vi è ormai un'evidenza schiacciante che la crisi iniziata nel 2011 è stata provocata dalla scelta europea di comprimere la domanda e non dall'alto livello del debito pubblico o dai problemi dell'offerta. Lo dimostrano l'enorme output-gap che si è aperto in molti paesi Europei, le previsioni sistematicamente e grossolanamente errate, il successo di tutti gli altri paesi del mondo che hanno rifiutato di seguire l'Europa nel suo fatale esperimento di supply side economics. Eppure, il buon senso stenta a farsi strada.

Il Presidente del Consiglio ha usato nei giorni scorsi parole forti contro il rigore imposto dall'Europa: in coerenza con queste affermazioni, egli deve esporre con chiarezza le esigenze dell'Italia. Se l'Italia vuole sostenere una ripresa consistente del reddito nazionale, dovrà alzare per almeno due anni il deficit pubblico al 5%, agendo sulle poste del bilancio che hanno il massimo impatto sull'attività economica. L'Europa dovrà riconoscere la necessità di tale politica. La Bce dovrebbe contribuire alla realizzazione di questo programma garantendo una discesa dello spread sotto i 100 punti base. Quest'obiettivo è assolutamente alla portata della Bce: persino in Giappone, dove la situazione fiscale è assai più drammatica - il debito è al 240% e il deficit è al 10,3% del Pil - la banca centrale tiene i tassi sotto i livelli tedeschi.

Se, come si è visto, l'austerità ha aggravato il problema del debito pubblico, una manovra espansiva - dato l'attuale valore dei moltiplicatori fiscali - ha alte probabilità di ripagarsi da sé nel giro di 15-20 mesi, e di contribuire alla riduzione del rapporto Debito/Pil; a maggior ragione se la manovra fosse condivisa da altre nazioni europee, e finanziata a tassi d'interesse bassi. Per questo motivo noi non riteniamo necessario, per provocare un nuovo calo degli spread, che vi sia un accordo nell'ambito delle Omt fra Italia e Efsf. Ma non saremmo contrari a questo accordo, se fosse chiaro che esso è funzionale a un deficit pubblico ben al di sopra del 3%, per il tempo necessario a consolidare la ripresa. Un grande paese come l'Italia può e deve chiedere ai suoi partners un rovesciamento della filosofia europea di fronte alla crisi.

Siamo convinti che, di fronte a una posizione ferma del Governo italiano, l'Europa non potrà continuare a ignorare le lezioni di questi anni. Ma se così non fosse, l'Italia dovrebbe essere pronta a fare da sé. Con ciò intendiamo dire che dovrebbe procedere alla creazione di liquidità interna mediante una emissione di quasi-moneta con la quale rianimare la crescita. Pensiamo a circa 25-30 mld l'anno di spesa pubblica e minori tasse - per un massimo di 100-150 miliardi, con un piano di rientro condizionato - finanziati tramite "titoli pubblici" di piccolo taglio (scadenza 2150, tassi prossimi a zero) ad ampia circolazione in quanto utilizzabili per pagare tasse, bollette, ecc., emessi a fronte di pagamenti della Pa.

Apprezziamo le parole del Presidente del Consiglio, ma temiamo che, pur di evitare una battaglia molto difficile in Europa, si possa essere indotti a sopravvalutare i recenti segnali di rallentamento della crisi. In realtà, se l'Italia non riuscirà ad innestare una marcia in più, come chiediamo da tempo, la situazione sociale del paese è destinata ad aggravarsi. I politici che hanno una visione liberale della società e dell'economia non possono ignorare la domanda di profonda svolta nella politica economica emersa nelle ultime elezioni e che sale dal paese. Il Governo ha davanti a sé una piccola finestra di opportunità. Bisogna agire prima che essa si richiuda.

(30 agosto 2013)

Via il conflitto, restano gli interessi



Il predominio berlusconiano sui mezzi di comunicazione continua a far danni. Non tanto per la propaganda a favore del Cavaliere. Ma per la creazione di un comune sentire ad personam che ha stravolto tutto.

di Marco Travaglio, da L'Espresso, 30 agosto 2013

Nel 1995 l'Italia votò i referendum per una severa antitrust nel mercato della tv e della pubblicità. Ma il combinato disposto fra il solito disimpegno della sinistra per il Sì e il bombardamento delle reti Fininvest per il No li fece fallire: il 55-57 per cento degli italiani votò per lasciare le cose come stavano. Norberto Bobbio osservò amaro: «Il motivo principale per cui Berlusconi ha vinto il referendum che tendeva a diminuire il suo potere televisivo è stato il fatto stesso che aveva questo potere» e invitò i promotori a continuare la lotta contro la legge Mammì, perché l'esito dei referendum «è la prova che avevano ragione coloro che vi si sono opposti... e continueranno a opporsi con maggiore abilità, spero, per la sorte della nostra democrazia». Sono trascorsi 18 anni e il predominio berlusconiano sui mezzi di comunicazione ha continuato a far danni. Non tanto per la propaganda a favore del Cavaliere. Ma per la creazione di un "comune sentire" ad personam che ha stravolto tutto: la Costituzione, le leggi, la logica, perfino il buonsenso.

La prova decisiva è proprio quanto sta accadendo dopo la sua prima condanna definitiva, al termine di un lungo inseguimento dei giudici iniziato ben prima del suo ingresso in politica. Oggi, per dire, si discute animatamente sulla sua permanenza o meno in Parlamento, in base a una legge Severino che ha visto spuntare dal nulla un nugolo di critici non appena s'è posto il problema di applicarla a lui. Senza il supporto dei suoi giornali e tv, il Cavaliere pregiudicato sarebbe disarmato di argomenti: nessun giornale indipendente sarebbe andato a scovare presunti giuristi disposti ad affermare che il decreto varato otto mesi fa per escludere i condannati dal Parlamento non vale per chi i reati li ha commessi prima. 

Se, poniamo, si facesse una legge per vietare ai condannati per pedofilia di insegnare nelle scuole, nessuno si sognerebbe di sostenere che un pedofilo è stato condannato ingiustamente, o di pedinare e screditare i giudici che l'han condannato, o di chiedere che continui a insegnare perché ha molestato bambini prima del varo della legge. Specie se il pedofilo avesse votato la legge che esclude i pedofili dall'insegnamento. E se il pedofilo pretendesse di restare fra i banchi di scuola, verrebbe massacrato da tutta la stampa, con ampi particolari del suo gravissimo delitto. Ma un pedofilo non farebbe mai una cosa simile: anzi sparirebbe per la vergogna della condanna.

Difficilmente infatti controllerebbe giornali e tv, stipendiandone i giornalisti. Invece, mutatis mutandis, è proprio per questo che tanti giornali e tv pedinano e screditano i giudici che han condannato Berlusconi (costringendoli a replicare e poi dicendo che parlano troppo e sono "schierati"); occultano totalmente il suo gravissimo reato; e sostengono che la legge da lui stesso votata otto mesi fa su decadenza e incandidabilità dei condannati per lui non vale: il condannato quei giornali e tv li possiede e quei giornalisti li stipendia. Infatti, anziché andare a nascondersi per la vergogna di una condanna per frode fiscale, tiene comizi, rifonda partiti, raduna truppe, detta condizioni al governo, al parlamento e al capo dello Stato. E tutti lo stanno a sentire. 

Anche le figure e le testate "indipendenti" o "terziste", che confondono l'imparzialità con l'ignavia e ritengono che la giusta posizione sia sempre la via di mezzo fra la sua e quella dei suoi avversari. Così, più sono insensate, illegali, incostituzionali, illogiche le posizioni di Berlusconi, più si spostano verso di lui gli "indipendenti" e i "terzisti". I quali vent'anni fa davano per scontata l'ineleggibilità di chi aveva il conflitto d'interessi e l'esigenza di una legge per eliminarlo, mentre oggi l'hanno rimosso e ne sono le vittime più o meno consapevoli. Infatti, sempre in equilibrio fra i pro e i contro, dibattono sul diritto del condannato a restare (e a tornare per l'ottava volta) in Parlamento, senza più rammentare che in Parlamento non avrebbe mai potuto entrarci, neppure da incensurato. Il conflitto d'interessi è alla sua massima apoteosi, ma nessuno lo nota più: proprio a causa del conflitto d'interessi.

(30 agosto 2013)

Con un mattone al collo

di Roberta Carlini, da sbilanciamoci.info

Confermando la cancellazione della prima rata dell'Imu 2013, rinviando alla legge di stabilità la decisione sulla seconda rata e spostando sulla “service tax” il compito di sostituire l'Imu nel 2014, il governo Letta-Alfano non ha solo ribadito la sua abilità sopraffina nella tattica del rinvio. È vero, di fatto non c'è ancora nulla di nuovo, tant'è che la Commissione europea aspetta lumi sulle coperture finanziarie prima di pronunciarsi sulla sparizione dell'Imu dall'orizzonte dei conti fiscale 2013. Ma questo non vuol dire che siamo al nulla di fatto: c'è molto di fatto, e tutto in negativo. Cioè in senso esattamente contrario alla equità tra cittadini, tra generazioni, tra territori. E dunque, in senso opposto a quello che un partito di pur vaga collocazione a sinistra come il Pd dovrebbe volere, e che infatti pur vagamente aveva scritto nei suoi programmi e promesso ai suoi elettori. Per questo, al di là della maggiore abilità propagandistica, sull'Imu ha davvero vinto la destra.

Partiamo dalla fine, cioè dal 2014 e dalla fantomatica “service tax”. Che non è l'ennesimo cambio di nome della stessa cosa, ma uno spostamento: da imposta pagata dai proprietari (cioè patrimoniale) come Ici e Imu, a imposta pagata da chi vive in una casa, cioè anche gli inquilini. Perché l'abolizione dell'unica patrimoniale esistente in Italia? In linea generale, i motivi per la sopravvivenza di un'imposta patrimoniale sugli immobili c'erano e ci sono tutti. Nei testi di scienza delle finanze, nella realtà di tutto il mondo civile, a maggior ragione in quella italiana dove tra l'altro lo chiederebbe anche la Costituzione, che chiede di commisurare le tasse alla capacità contributiva. E non c'è dubbio sul fatto che chi possiede una casa ha maggiore capacità contributiva di chi non ce l'ha. Semmai è necessario discutere di come esentare una fascia di proprietari poveri, con scarso reddito: ma solo di questi, non di altri. Invece, l'Imu sulla prima casa è abolita per tutti (quest'anno la pagheranno solo i proprietari di ville e castelli, se non li hanno truccati al catasto facendoli risultare come stalle).

Attenzione, la differenza e lo scontro non passano solo tra proprietari e inquilini intesi come classi sociali, in linea orizzontale: dopo le politiche dissennate di sparizione dell'edilizia pubblica, degli incentivi a comprare case con mutui oltre il 100% e dei numerosi disincentivi all'affitto, la legge dei numeri sta dalla parte dei primi, i proprietari. Ma a uno sguardo diverso, in verticale, che guardi alle generazioni, le cose cambiano completamente. I giovani sono tutti inquilini o potenziali tali, salvo i figli delle famiglie con più di una casa. (i numeri sono qui). Tra gli under 30, la maggioranza è danneggiata dal decreto Letta-Alfano. Un'ulteriore conferma del fatto che la retorica giovanilista dispensata all'insediamento del governo dell'under 50 Letta era, appunto, retorica. E non basta certo, per riequilibrare i pesi, riavviare la macchina dei mutui a vita, con gli incentivi a indebitarsi per comprare casa: non tutti potranno farlo, e non è detto che sia desiderato e desiderabile l'aumento dell'esercito dei proprietari. Certo aiuterà i più grandi operatori del mercato immobiliare, che non sanno più a chi vendere gli smisurati quartieri che hanno costruito alle periferie delle nostre città.

In proposito, arriva la ciliegina sull'indigesta torta dell'Imu: sulle case nuove, costruite e invendute, non si pagherà l'Imu. Cioè i costruttori risparmieranno qualcosa come 35 milioni (nel complesso), a fronte di un patrimonio invenduto che si aggira sugli 1,5 miliardi (stime riportate dal Sole 24 ore, 29/8/2013). Riepilogando: un giovane precario e senza casa, che va a vivere da solo facendo i salti mortali ogni mese per pagare l'affitto, pagherà la nuova Imu; Caltagirone e i suoi colleghi, che hanno costruito case che non riescono a vendere, correndo quello che dovrebbe essere il normale e fisiologico rischio d'impresa, non la pagheranno. In compenso, quelli che il rischio d'impresa lo pagano sempre, cioè i lavoratori dipendenti e non, sono del tutto scomparsi dalla scena: alla cassa integrazione, agli esodati andranno le briciole che restano dopo aver trovato le coperture dell'Imu; agli atipici, precari, indipendenti neanche quelle.

L'effetto redistributivo della manovra è evidente e plateale anche prima che arrivino i dettagli che preoccupano la Commissione Ue, i custodi del tetto del 3% del rapporto deficit/Pil: se è chiaro che per la prima rata lo sgravio dell'Imu è stato pagato un po' prendendo soldi dal 2014, un po' con tagli veri e trucchetti vari, non è ancora chiaro come sarà pagata l'abolizione della seconda tranche. Fondi dormienti tagli semi-lineari: i giornali abbondano di termini fatti apposta per respingere i lettori. Per ora di certo c'è una sanatoria sui gestori dell'unico affare che va in Italia, le slot machine: erano protagonisti di un lungo contenzioso con lo Stato, al quale addirittura dovrebbero 2,5 miliardi, gli si chiede di pagare “pochi maledetti e subito” 600 milioni, e nessuno più ci dirà che aveva ragione e chi torto in quel processo. Del resto, a che servono i processi?

(30 agosto 2013)

venerdì 30 agosto 2013

La danza della pace di quei soldati sull’orlo della guerra

Ma gli americani che fanno? Quello che hanno sempre fatto: la guerra. «Ora dovremo dare una bella spazzolata alla Siria», diceva tempo fa un giovanotto, a cena ai tavoli di una pizzeria, in una città del nord. Indossava una tuta col tricolore e la scritta “Italia”. Era l’inizio del 2012: al film delle armi chimiche mancava ancora un anno e mezzo. Eppure, era come se il giovanotto lo conoscesse già: «Dovremo colpire la Siria – ripeteva, con aria grave – perché poi, lo sappiamo, ci aspetta lo scontro vero, quello con l’Iran». I commensali annuivano, attoniti, fingendo di capire: strana fiaba nera, ambientata in una geografia teoricamente prossima, mediterranea, eppure così remota e oscura, infestata di pericoli e di nemici incomprensibili. L’unico ambasciatore intellegibile, tra i misteri di quelle latitudini infide, era appunto il giovanotto con addosso la tuta militare – il solo volto amico momentaneamente a portata di mano. Con in tasca un messaggio chiarissimo e indiscutibile: guerra. Ma perché? Perché sì. Semplice: guerra contro il perfido dittatore Assad, come necessaria premessa per poi dare una lezione ai fanatici barbuti di Teheran.
La città della pizzeria era Torino, e proprio da Torino – millenni fa – secondo gli storici transitarono i soldati siriani della legione incaricata dai Cesari di Siria, guerriglieripresidiare la frontiera con le Gallie. Quei soldati siriaci, reclutati dall’Impero Romano in cambio di una paga dignitosa, restarono così a lungo sull’attuale territorio italiano – per proteggerlo – che ebbero il tempo di erigere statue alle loro divinità, nella valle in cui fu dislocato il contingente: la valle di Susa. Vista da lontano, a volte, la storia può sembrare uno scherzo, se gli stessi luoghi finiscono per fare notizia per motivi imprevedibili, a distanza di secoli. Siriani e persiani: era “solo” il 1951 quando il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq cacciò i parassiti inglesi e nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Company, cioè il petrolio del suo paese. La nomina a “uomo dell’anno”, l’applaudita performance all’Onu e la visita concessagli dal presidente Truman non gli valsero a superare l’embargo destinato a strangolare l’Iran, che aveva osato rivendicare i propri diritti sovrani, aspirando semplicemente alla sua quota legittima di futuro.
Mossadeq fu deposto dai consueti professionisti della guerra: un brutale golpe angloamericano rimise al potere il despota, lo Scià, signore della più feroce polizia segreta della regione. Di tutta questa storia, probabilmente, il giovanotto in pizzeria con la tuta blu non sapeva granché; l’unica cosa che pensava di sapere, forse, era che da molti anni l’Iran è governato da orde di barbuti forsennati, quindi di razza inferiore, verosimilmente medievali, primitivi e violenti. L’Iran, ovvero: l’altopiano a ridosso del Vicino Oriente in cui, oltre sei secoli prima di Cristo, comparve il pensiero di Zarathustra, primo fondamento – sulla faccia della Terra – della nozione religiosa occidentale, quella che riduce il rebus del mondo all’etica estrema della lotta decisiva, e mai risolta, tra il principio del bene e quello del male. Luce e Mossadeq uomo dell'anno per "Time"tenebre: la sfida infinita che impone agli adoratori di Ahura Mazda di difendere l’umanità dalle “buie forze di Arimane”.
Contro l’invisibile impero del male si battè l’ultimo grande martire africano, il giovane Thomas Sankara: il suo paese, uno dei più poveri al mondo, non aveva petrolio ma solo magri campi di cotone. Ci basteranno quelli, disse alla conferenza panafricana di Addis Abeba nel 1987, purché la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale la smettano di ricattarci con le catene finanziarie del debito usuraio: a saldare il conto deve bastare una volta per tutte, di fronte alla storia, la memoria viva dei nostri antenati e il loro sangue di schiavi. Era così convincente, Sankara, così onesto e quindi così pericoloso, che lo misero a tacere per sempre, sparandogli, nel timore che la sua predicazione – luce contro tenebre – potesse contagiare i forzieri africani del Niger, della Mauritania, della Nigeria petrolifera, del Senegal, del Congo, del Kenya, del Camerun, tutti paesi in cui i giovani avevano cominciato a tifare per il coraggioso leader del Burkina Faso, l’unico capo di Stato ad aver avuto ilSankarafegato di chiedere formalmente la liberazione del prigioniero Nelson Mandela.
Nel 2013, l’imperatore elettivo e Premio Nobel per la Pace che siede sul trono di Lincoln, il leggendario presidente assassinato dai cannibali proprio come Martin Luther King e John Fitzgerald Kennedy, ora si affanna a tracciare “linee rosse” inquinate con armi chimiche. Come se non sapessimo che, già all’inizio del 2012, la vulgata circolante – persino presso i soldati semplici della periferia imperiale – non prevedeva altro che l’imminenza di inevitabili punizioni, non per forza chirurgiche e tantomeno intelligenti come certi missili, o “pulite” come la micidiale tempesta scatenata dai droni, gli aerei invisibili senza pilota che macellano comodamente anche i bambini, dall’alto dei cieli e in mezzo ai deserti, evitando così l’imbarazzo dello strazio in mondovisione offerto dagli sventurati di Fallujah e di Gaza, bruciati vivi dal fosforo bianco.
Come sospettavano gli zoroastriani dell’Iran, il grande architetto che ha progettato lo spettacolo – nonostante l’enorme vantaggio di cui dispone, fondato soprattutto sull’arte antichissima della menzogna – non può avere sempre partita vinta. Lo dimostrerebbe l’incredibile manifestazione di autentica gioia liberatoria offerta da un video finito miracolosamente su Internet, che mostra soldati israeliani in divisa scatenarsi in una festa, insieme a coetanei palestinesi, in una discoteca di Hebron. Li attenderà una dura punzione, avverte l’amministrazione militare di Tel Aviv. Ma intanto quelle immagini parlano da sole: demoliscono cent’anni di odio, senza bisogno di parole. «Qui la gente vive bene, come dappertutto, finché non arrivano i politici», dice il buon veterinario macedone al reporter di guerra, nel film “Prima della pioggia”, pellicola che racconta l’atroce mattatoio balcanico da una retrovia defilata, anch’essa insidiata dal veleno La festa israelo-palestinese a Hebronnazionalista che minaccia di metter fine alla secolare convivenza tra etnie, in quel caso slavi e albanesi.
I politici, questi politici: ridotti quasi sempre a recitare una piccola parte, non potendo in realtà decidere quasi nulla, essendo stato disabilitato – con la massima cura – il loro rischioso rapporto democratico con la vasta plebe degli elettori. L’epoca delle grandi decisioni, come sosteneva Pasolini, è possibile che sia finita molto tempo fa, tra i rottami dell’aereo che trasportava Enrico Mattei e il suo inaccettabile paradigma: pagare il giusto, anziché depredare i paesi petroliferi. Morte violenta, allora. Oppure, boicottaggio spietato – come nel caso di un altro grande italiano, Adriano Olivetti. Fine della storia? Così ragliavano i falsi profeti, alla caduta dell’impero sovietico. E invece la storia continua, se è vero che oggi l’immensa macchina di propaganda dell’Occidente armato sembra essersi inceppata, almeno per ora, di fronte al diniego della Germania, alla fermezza della Russia e soprattutto allo schiacciante verdetto dei sondaggi d’opinione: il cittadino medio occidentale, quello bombardato a tradimento l’11 Settembre a New York, forse non ne può più di sanguinose pagliacciate. Non si fida più della lingua biforcuta dei media, e pretende un briciolo di verità. Probabilmente non ne può più nemmeno della guerra, questa guerra asimmetrica e senza fine, presentata come destino inevitabile. Voglia di luce, contro l’asfissia della tenebra. Questo dice la danza sfrenata dei giovani di Hebron, israeliani e palestinesi: non è detto che il peggior futuro sia già scritto.
(Giorgio Cattaneo, “La danza della pace possibile”, da “Megachip” del 30 agosto 2013. Nel video, israeliani e palestinesi danzano insieme ad una festa a Hebron).

De Marzo: “Ambiente e lavoro, vie d’uscite dalla crisi”

Intervista a Giuseppe De Marzo, autore di "Anatomia di una rivoluzione" (Castelvecchi): "Per uscire dalla crisi globale bisogna ripartire da una giustizia legata a sostenibilità ecologica, equa distribuzione dei vantaggi e opportunità ambientali per tutti”. Pubblichiamo anche la prefazione al libro del sindacalista FIOM Maurizio Landini. 

colloquio con Giuseppe De Marzo di Giacomo Russo Spena
Una vita in America Latina per trovare le vie delBuen vivir e dell’alternativa al modello di sviluppo dominante. Economista, giornalista ed ora attivista dell’associazione Libera, Giuseppe De Marzo ha appena scritto "Anatomia di una rivoluzione" (Castelvecchi, 237 pp). Un libro sulla giustizia ambientale ma anche sul lavoro: “Diseguaglianze e insostenibilità ecologica - spiega - sono conseguenze di politiche economiche sbagliate. Se vogliamo rispondere a queste emergenze dobbiamo costruire una relazione che metta insieme due grandi obiettivi che garantiscono la vita e la prosperità al genere umano: giustizia sociale e sostenibilità ecologica”.

Lei immagina un nuovo paradigma per uscire dall’attuale crisi globale dove la chiave è appunto nella relazione tra giustizia e sostenibilità. Ci può spiegare meglio il suo concetto di “Giustizia ambientale”? 
Diverse agenzie ONU hanno scientificamente dimostrato come a partire dal 1992 vi sia una relazione tra l’aumento delle diseguaglianze e la distruzione ambientale, conseguenza di un modello di sviluppo che eccede i limiti della Terra e le capacità di autorigenerazione dei cicli naturali. La governance economica distrugge più ricchezza di quanta ne crei. Da questo primo dato deduciamo come la giustizia distributiva dipenda direttamente dalla capacità di accesso alle risorse. “Giustizia ambientale significa equa distribuzione dei vantaggi e delle opportunità ambientali. È l’obiettivo di qualsiasi comunità, consentendo alle persone di realizzare il loro massimo potenziale. Questa strada costringe le forze produttive a riconvertirsi ecologicamente per assicurare giustizia distributiva. Risponderemmo così alla domanda di lavoro, salute pubblica, difesa dei beni comuni e partecipazione alle scelte che la crisi della democrazia ha ampiamente evidenziato.

Ma che relazione esiste tra diritti della natura, diritti umani e sostenibilità?
Abbiamo compreso come equità sociale e giustizia distributiva nell’accesso alle risorse naturali ci consentono di arrivare ad una società sostenibile. Ciò significa che dobbiamo organizzare la società ed il modello economico in modo da garantire l’integrità dei processi naturali ed il corretto metabolismo sociale della biosfera. Diritti umani e diritti della natura sono strettamente collegati. Senza i servizi che la natura ci offre, dal ciclo delle acque, a quello del clima, dell’azoto e così via, l’essere umano non sarebbe in grado di garantire i diritti umani. Oggi la crisi globale dei diritti umani è conseguenza diretta dell’incapacità del modello economico di garantire l’accesso alle risorse a tutti e tutte. Non possiamo continuare a distruggere quello che garantisce la base di riproduzione materiale per gli esseri umani. È un suicidio etico e politico. 

Che intende quando parla di “razzismo ambientale” a cui è sottoposta gran parte dell’umanità?Ci riferiamo alla pratica che consiste nello spostare i costi, i rischi e le riduzioni di libertà sulle comunità più povere o che non accedono ad un livello sufficiente di informazione e partecipazione, sui lavoratori a basso reddito o che vivono il ricatto economico, sui migranti e sui soggetti più deboli. Se utilizziamo questa “lente” ci accorgiamo di come una gran parte dell’umanità sia vittima di razzismo ambientale. Questo modello economico lo aumenta istituzionalizzando forme di discriminazione. Cosa sono le bonifiche non fatte o ritardate, la riduzione delle precauzioni sul lavoro, l’esposizione di esseri umani a pesticidi e sostanze tossiche, gli investimenti in attività produttive ed in tecnologie insicure come gli inceneritori o le centrali atomiche? Forme odiose di razzismo istituzionalizzato che sfruttano la vulnerabilità politica, culturale ed economica di individui, comunità e popoli.

Perché nel libro critica duramente sia il movimento ambientalista che la cosiddetta green economy tanto da considerare lo sviluppo sostenibile “come esclusivamente terreno di cattura cognitiva del modello liberista”? Fa sua la teoria della decrescite felice del sociologo Latouche?Spesso un certo ambientalismo del nord del mondo ha evitato di mettere al centro delle proprie analisi le questioni legate all’equità sociale ed alla giustizia sociale. Il limite sta nel non comprendere come le questioni di giustizia siano legate a quelle della sostenibilità ecologica. I movimenti per la giustizia ambientale vivendo sulla loro pelle le conseguenze di politiche insostenibili sono stati invece capaci di ripensare la relazione con l’ambiente introducendo nelle loro lotte questioni legate al razzismo, alla discriminazione economica, alla giustizia ed ai diritti. Quanto a Latouche, il suo contributo è sicuramente importante perché consente al modello occidentale di riflettere sull’insostenibilità dei propri modelli di consumo e sull’idea folle della crescita economica infinita a fronte di un pianete con risorse finite. Preferisco però parlare di “democratizzazione dello sviluppo” piuttosto che di decrescita felice. 

In Italia a Taranto abbiamo assistito proprio al conflitto tutela della salute/diritto al lavoro: una dicotomia che sia i sindacati che la politica non sono riusciti a destreggiare. Lì - in tempi rapidi e realisticamente - come se ne esce?Se decidessimo di stare dalla parte della giustizia ambientale e sociale dovremmo: ripubblicizzare l’IlVA per riconvertirla su produzioni sostenibili, bonificare completamente la città inquinata, garantire l’accesso alle cure ed i risarcimenti per le vittime, sequestrare al proprietario Riva i suoi beni per metterli a disposizione della città, garantire la continuità del reddito a tutti i lavoratori ILVA ed allo stesso tempo formarli per essere ricollocati su altri tipi di produzioni. Questo garantirebbe i diritti della comunità, dei lavoratori, delle forze produttive capaci di riconvertirsi e delle generazioni che verranno e dell’ambiente. Ripristineremmo quella fiducia smarrita nelle istituzioni. Diritto al lavoro ed alla salute devono essere una sola cosa, come garantisce la Costituzione. I soldi ci sono ma si utilizzano male e per attività a bassa intensità di lavoro ed altamente inquinanti.

Un punto da cui ripartire per costruire un’alternativa di società sono per Lei i movimenti per la giustizia ambientale. Quali politiche sperimentano? E quali sono le esperienze più interessanti? Questi movimenti lavorano sulla relazione tra giustizia e sviluppo, costruendo strumenti pro-attivi in grado di invertire la rotta della crisi, generando allo stesso tempo una visione condivisa. Ad un modello che erode partecipazione rispondono con forme di democrazia partecipativa e comunitaria. Ad un sistema culturale che tende all’omologazione rispondono mettendo a valore la diversità, recuperando saperi ancestrali e riscattando l’educazione popolare. Partendo da specificità locali intrecciano questioni apparentemente separate per arrivare ad una visione d’insieme capace di agire anche sul piano globale. Tra le esperienze che per prime hanno lavorato per far emergere un nuovo punto di vista generale ispirato al pluralismo e all’inclusività, sicuramente un ruolo importante l’hanno svolto i movimenti indigeni dell’America Latina che promuovono modelli socioeconomici fondati sul “buon vivere”, Via Campesina che con 400 milioni di contadini lavora in tutto il mondo per la sovranità alimentare e la difesa dei territori, i movimenti per la difesa dei beni comuni, come i comitati per l’acqua pubblica nel nostro paese, i movimenti di donne e le comunità rurali dell’India impegnati sulla giustizia sociale e climatica, le organizzazioni sociali che lavorano per ridefinire il diritto internazionale e combattere le nuove mafie. C’è tanto la fuori che può aiutarci a superare la crisi ed allo stesso tempo a costruire un punto di vista d’insieme nuovo. Basta volerlo guardare ed ascoltare.

(30 agosto 2013)

Giulietto Chiesa: finito il consenso, useranno il terrore

Democrazia e libertà civili furono gli strumenti culturali e istituzionali indispensabili per la costruzione del consenso. Il loro esercizio soddisfacente permise di controllare e conquistare non solo i ceti intermedi che venivano consolidandosi, ma anche settori decisivi delle classi lavoratrici. Il “welfare state” fu l’arma economica con cui le classi dominanti dell’Occidente si assicurarono il superamento indolore del “turning point” previsto da Karl Marx. Il risultato fu raggiunto. A fatica, certo, e attraverso lotte durissime, poiché le forze lavoratrici si erano nel frattempo dotate di strumenti di difesa: partiti, sindacati, società civile organizzata. La storia del XX secolo è stata, in Occidente, un continuo alternarsi di offensive e controffensive delle due classi principali. Quando la bilancia delle forze si spostò dalla parte dei subordinati, e per il Potere il pericolo divenne concreto, esso ricorse senza esitazione alla forza, al sangue, alla violenza.
Per menzionare solo due esempi illuminanti, dei molti che potremmo scegliere: il rovesciamento di Salvador Allende in Cile, con un colpo di Stato Giulietto Chiesa 2direttamente sponsorizzato dal governo degli Stati Uniti, e la strategia della tensione in Italia, culminata con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Anche quest’ultimo guidato da oltreoceano, con la partecipazione dei servizi segreti italiani e delle frange eversive della destra estrema. Se in Cile non ci furono dubbi sui reali autori dell’operazione (ma ci volle del tempo perché perfino Henry Kissinger ammettesse pubblicamente il proprio ruolo diretto), ancora adesso gran parte dell’opinione pubblica italiana pensa che furono le Brigate Rosse ad “attentare allo Stato”. Non sa, e non può sapere (perché la storia dell’eversione e dello stragismo le è stata raccontata dagli uomini della P2 e dai loro amici, alleati, sodali e servi), che le Brigate Rosse furono solo lo strumento, l’arma che permise al potere imperiale di mettere fuori gioco il più forte partito comunista dell’Occidente, e di scongiurare il pericolo che un regime democratico, con il partito comunista quale sua componente, si affacciasse nella parte “sbagliata” della divisione dell’Europa creata a Yalta. Esempio da manuale di come i detentori del potere informativo-comunicativo abbiano potuto usare anche le bandiere (rosse) del nemico, per combatterlo.
Le Brigate Rosse, certo, sono esistite. Furono un frammento degenerativo, patologico, infantile, delle istanze di liberazione. E, proprio, per questo, divennero lo strumento della più grande “diversione” organizzata nel mondo occidentale per “fermare il comunismo”. Di tutto questo la gente non sa, e non può sapere, perché le è stata raccontata un’altra storia. La cosa straordinaria è che anche una parte della sinistra di allora credette a questa storia. E, per gli stessi identici motivi di subalternità culturale, tutta intera la sinistra, italiana ed europea, non ha saputo cogliere il significato strategico di quell’altra “operazione sotto falsa bandiera” che fu attuata l’11 settembre del 2001 con l’attacco alle Twin Towers di New York e al Pentagono. Torniamo dunque, ancora una volta, alla questione della Grande Fabbrica dei Sogni e delle Menzogne, che ha prodotto lo spettacolo necessario per stemperare e parare, deviandoli, gli obiettivi di trasformazione sociale; per oscurare, marginalizzare, ridicolizzare la critica al sistema; per produrre il “rumore di fondo” sufficiente a impedire l’ascolto di altre voci; per catturare, infine, corrompendoli, i capi della resistenza, secondo il principio Moro prigioniero delle Brche è più economico e sicuro comprare un generale nemico che vincerlo in battaglia.
Sul versante della legittimazione formale del sistema, l’efficacia dell’azione deviante fu ancora più clamorosa. I sistemi democratici “liberali” vennero modificati, resi tecnicamente sempre più complicati e non maneggiabili dai cittadini. Con lungimirante intelligenza, nello stesso tempo, una parte del controllo fu concessa ai rappresentanti delle classi medie e delle aristocrazie operaie. Il cambio dei sistemi elettorali in nome della “governabilità” consentì la graduale espropriazione della sovranità popolare da parte di oligarchie partitiche sempre più impermeabili a ogni controllo. Per operare questi cambiamenti in modo relativamente indisturbato, enormi risorse vennero destinate, come s’è detto, alla formazione e alla retribuzione dei mediatori del consenso. Cioè le coorti di politici, giornalisti, manager, pubblicitari che furono piazzati nelle trincee della comunicazione: quelli che oggi vengono giustamente definiti i “gatekeepers”, quelli che controllano la porta d’ingresso dell’informazione-comunicazione.
La lotta di classe è stata combattuta e vinta dal Potere in questo modo. senza quell’esercito di mediatori, tutti apparentemente disarmati, il punto di ebollizione sociale si sarebbe pericolosamente ripresentato. La spesa per sostenerlo, formarlo e pagarlo divenne, gradualmente ma sistematicamente, parte integrante – e principale – del calcolo economico necessario alla riproduzione del sistema. Questi processi, questo misto di repressione, consenso, democrazia, ebbero andamenti differenziati nei singoli paesi dell’Occidente. Ciascuno procedette secondo i suoi ritmi e i suoi compromessi. Si definì un modello europeo, assai più morbido, e un modello americano, assai più feroce. Negli Stati Uniti, pr esempio, le classi padronali usarono la forza per assoggettare i sindacati con molto anticipo e con molta L'11 Settembrepiù durezza che in Europa, dove la via del consenso fu e restò prevalente. Ma gli stessi percorsi furono analoghi dovunque, in maggiore o minore misura.
Al di sotto di questo panorama agivano comunque i fattori strutturali che Marx aveva ben previsto: essenzialmente la caduta tendenziale del saggio di profitto e la correlata e ondulatoria serie delle crisi di sovrapproduzione. Furono necessarie due guerre mondiali, con il loro carico di morte, per impedire che l’innalzamento della temperatura del corpo sociale giungesse a livelli pericolosi per le classi dominanti. E’ in questo snodo che nasce la “società dello spettacolo”. Che fu il luogo di convergenza tra le nuove tecnologie della comunicazione-informazione e l’impellente necessità del sistema di impedire lo scontro tra le classi sociali. Le crisi cicliche dell’Occidente continuarono a ripresentarsi, ma la sovrapproduzione venne rinviata con la creazione di una massa di merci sempre nuove, sempre più differenziate, sempre più a vita breve, il cui acquisto venne imposto alle grandi masse (non solo dell’Occidente) Invece della catastrofemediante un micidiale bombardamento pubblicitario.
Questa fu la crescita, che apparve come infinita. Tutti ci credettero, e tuttora ci credono. Il fatto nuovo, come abbiamo già detto, è l’apparizione dei “limiti”. Che ha posto un ostacolo fisicamente invalicabile a quel sistema di “dilazione”. Al suo posto – ed è la cronaca degli ultimi quarant’anni – ne venne inventato un altro: la finanziarizzazione, che ha permesso di staccare la produzione fondamentale di ricchezza dalla produzione di merci. Il XXI secolo ha visto la luce in questo contesto. L’11 settembre 2001 è stato il primo tentativo di correzione della rotta attraverso la violenza politica sul mondo intero.
(Giulietto Chiesa, estratti dal capitolo “Matrix” del libro “Invece della Catastrofe”, Piemme, 290 pagine, euro 17,50).