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giovedì 31 ottobre 2013

NUOVA ECONOMIA, SCARDINARE I OLIGOPOLI

Nuova Economia, obiettivo: “Scardinare gli oligopoli”

di: Lidia Undiemi - 













Il nostro progetto è chiaro: bloccare e poi sanare il trasferimento del rischio d’impresa (bancario e industriale) a noi contribuenti. Opinione di Lidia Undiemi.
Lidia Undiemi. I suoi studi non riguardano l’economia ‘pura’ ma l’ordine giuridico del mercato, espressione di una determinata volontà politica.
ROMA (WSI) – Lidia Undiemi, dottore di ricerca in diritto dell’economia, già autrice di dossier e numerosi articoli riguardanti il mondo economico, ritorna a scrivere su Wall Street Italia per contribuire ad approfondire tematiche economiche e politico-istituzionali riguardanti il futuro dell’Italia e dell’Europa. I suoi studi non riguardano l’economia ‘pura’ ma l’ordine giuridico del mercato, espressione di una determinata volontà politica, che caratterizza l’economia in uno Stato di diritto. Proprio per questa sua visione interdisciplinare, Lidia preferisce essere definita studiosa di economia e diritto. Ed in effetti già da questo suo primo contributo emerge con estrema chiarezza lo scopo dei suoi studi economico-giuridici. Tuttavia, per ragioni di sintesi, e comunque nel rispetto dell’ottica di una visione ampia di studi economici, noi di WSI preferiamo definirla ‘economista’. Da oggi Lidia Undiemi torna quindi a essere l’economista di Wall Street Italia, con una serie di articoli e studi che saranno intitolati Nuova Economia. Ecco il primo.
“Artificialità, giuridicità, storicità”, sono queste le parole con cui Natalino Irti – noto giurista – esprime sinteticamente la tesi che nega qualsiasi “naturalismo economico” che sopravvive alla ormai accantonata ideologia basata sull’esistenza di un diritto naturale contrapposto al diritto positivo che da corpo all’ordinamento giuridico di uno Stato (approf. sul suo libro, L’ordine giuridico del mercato, 2004).
In uno Stato di diritto l’economia di mercato è dunque “locus artificialis, e non locus naturalis“, basti pensare che il tanto acclamato rapporto di scambio che fa esistere l’economia assume efficacia vincolante fra le parti grazie alla possibilità di potere vantare un diritto sancito da un determinato assetto normativo.
Alcune banche spagnole, ad esempio, sono state salvate dai paesi dell’eurozona mediante lo ESM (European Stability Mechanism) di cui sono membri, ed è soltanto comprendendo l’uso del diritto sull’economia che è possibile anticipare le mosse che determinano il modo d’essere dei mercati oltre la legge della domanda e dell’offerta.
In Italia, così come in molti paesi dell’eurozona, il dibattito sulla crisi è incentrato sul ruolo dell’euro nella crisi europea, e non posso non condividere l’eccezionale lavoro svolto da alcuni economisti italiani, in primis Claudio Borghi e Alberto Bagnai, che con analisi alla mano hanno sfondato il muro di silenzio sulle conseguenze dell’unione monetaria.
Esistono però altre rilevanti questioni che travalicano in confini de “cambio fisso o variabile” e che accomunano gli stati aderenti all’euro e le identità territoriali dotate di una propria sovranità monetaria. Non si spiegherebbero altrimenti le crisi economiche che caratterizzano gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Basterebbe solo questa osservazione per mettere una lapide sul sogno (unico dato tecnico a supporto dell’obiettivo) della creazione degli Stati Uniti d’Europa quale metodo di risoluzione della crisi continentale (concediamoci un po’ di ingenuità, il risultato non cambia).
Una di queste è il sistema di partecipazioni incrociate banche-industrie o, secondo una visione più classica e accessibile, la corretta allocazione della moneta in un mercato (realmente) concorrenziale.
“Occorre ristabilire le regole di mercato, piuttosto che realizzare salvataggi bancari a spese dei contribuenti che generano l’insostenibile fenomeno della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti. Se un’impresa fallisce deve fallire come le altre, senza privilegi di sorta. Gli istituti di credito hanno anche smesso di svolgere la primaria funzione di intermediazione del credito in favore della piccola e media impresa, nonostante i tassi siano bassissimi. Questa non è economia”, così Carlo Resta – uno dei più esperti operatori di mercato internazionale, e blogger assieme ad altre autorevoli figure fra cui il fondatore Nouriel Rubini di EconoMonitor.com – ha espresso sinteticamente, in un nostro recente dialogo, uno dei più grandi “mali” dei sistemi economici occidentali, chiarendo che “siamo di fronte ad un oligopolio dei gruppi bancari, oggi più grandi rispetto al periodo antecedente la crisi del 2008, poiché alcuni di essi hanno rilevato quelli in fallimento, ed attualmente svolgono funzioni che sono tra loro in conflitto di interesse. Perché non applicare in queste circostanze la legge Antitrus? Molti di questi gruppi dovrebbero essere nazionalizzati perché di fatto godono della garanzia dello Stato. Il Quantitative Easing, ad esempio, finisce quasi totalmente per essere “assorbito” dalle banche, e non, come dovrebbe, a favore dell’allocazione del credito alle imprese dell’economia reale” (per approf. Blabbing on the Consequences of Oligopolies Is Futile…).
Tali distorsioni neutralizzano gli effetti delle politiche espansive poiché tolgono “ossigeno” alle imprese “reali”, che sono inoltre costrette a subire una pressione fiscale altissima e un calo dei consumi accentuato dall’aumento dell’IVA e dai redditi sempre più bassi.
Ciò accade perché il core business bancario ha perso la sua ragion d’essere, smarrita dall’uso sapiente di una politica legislativa che ha facilitato un inaccettabile processo di deresponsabilizzazione e di trasferimento del rischio d’impresa (bancario e industriale) ai contribuenti. Comportamento agevolato dal sistema di partecipazioni “a catena” fra società dello stesso settore oppure incrociate, per esempio fra banche e industrie (si può negare il credito agli altri ma non a se stessi), che sfociano in conflitti di interessi, legalmente leciti (approfondiremo il significato) ma capaci di paralizzare le classiche leve macroeconomiche.
Difficile riuscire ad esprimere mediante questo primo approccio una sintesi che renda giustizia ad un tema così ampio e complesso, saranno pertanto realizzati su Wall Street Italia una serie di analisi più dettagliate con esempi significativi partendo da una considerazione preliminare: cos’è un gruppo di società?
Il punto di arrivo sarà quello di dimostrare che la degenerazione dei mercati economici e finanziari dipende anche da quella variabile “giuridica” che scardina il necessario nesso fra governo delle attività e assunzione del rischio, alimentando quella che ho più volte definito come “economia apparente”.
Chiudo citando una frase contenuta nel libro “Crisi finanziarie e regolamentazione” di V. D’Apice e G. Ferri (2011) a proposito delle banche giapponesi:
“Le partecipazioni incrociate costituiscono, infatti, un meccanismo di sostegno reciproco tra banca e gruppo industriale e rendono arduo per la prima negare i finanziamenti al secondo, anche in situazioni ove la qualità del gruppo industriale è degradata, generando così un inestricabile conflitto di interesse”.
 

LA CRESCITA ECONOMICA RESTA L'UNICA PRIORITA'

La crescita economica resta la priorità

di Sandro Trento | 28 ottobre 2013







L’economia italiana non cresce da circa venti anni ma secondo alcuni questo non è un problema, perché anzi bisognerebbe rifiutare la logica dello sviluppo e della crescita, cambiare modello e porsi altri obiettivi. Vale la pena allora dire due parole, forse banali per alcuni, ma sicuramente utili per rispondere a chi sostiene che non dovremmo più preoccuparci della crescita economica.

La crescita del prodotto (crescita economica) è davvero un indicatore sbagliato?

Gli economisti sono troppo interessati al benessere materiale e dimenticano altri indicatori come la qualità dell’ambiente o il benessere psicologico?

Quale sono i benefici della crescita economica?

Va detto innanzitutto che noi italiani, europei, occidentali, siamo talmente ricchi che diamo per scontati tutta una serie di fattori legati alla ricchezza economica. Se parlassimo con gli abitanti del Mozambico o del Laos scopriremmo come molte cose che per noi sono garantite, per loro non lo sono per niente.

Prendiamo la “speranza di vita”. La speranza di vita, cioè il numero di anni che in media ciascun abitante di un certo paese alla nascita potrà attendersi di vivere, dipende dal reddito economico e cresce al crescere del reddito nazionale. Le ragioni sono in parte ovvie: i cittadini di paesi ricchi (come l’Italia) hanno un’alimentazione migliore, hanno accesso ad acqua e ad alimenti in abbondanza, sono vaccinati contro una serie di malattie, vivono in città con sistemi fognari, e hanno sistemi sanitari e farmaci molto avanzati. Questi fattori riducono la mortalità infantile, allungano la vita degli adulti e consentono di curare le persone nel corso della vita. Il risultato è che la speranza di vita in Italia sia tra le più alte del mondo. Nei paesi ricchi le case sono riscaldate in inverno e spesso condizionate d’estate e questo accresce la protezione da una serie di malanni.

Ma la speranza di vita dei cittadini dei paesi avanzati cresce anche per motivi meno ovvii. Una ragione è legata al fatto che nei paesi avanzati si registra un progressivo aumento dei posti di lavoro nei servizi e una diminuzione dei posti di lavoro in agricoltura e nell’industria. Nei paesi più ricchi quindi si riduce via via la quota di popolazione che svolge lavori faticosi e pericolosi. Anche nei lavori domestici l’uso di elettrodomestici riduce la fatica e quindi il rischio.

Il benessere economico, cioè l’aumento del Pil, accresce la speranza di vita.

La vita diventa più lunga a seguito del benessere economico ma diventa anche più piacevole. Gli indici di sviluppo umano (Hdi) mostrano che i paesi più ricchi hanno cittadini più in salute, più istruiti, che faticano meno per vivere.

Nei paesi più ricchi c’è meno lavoro minorile. Nei paesi poveri (reddito pro-capite tra 500 e 1000 dollari all’anno) il lavoro minorile è tra il 40 e il 50 per cento. Il lavoro minorile non è frutto di genitori crudeli ma è il risultato della povertà. Quando una famiglia è povera tutti sono spinti a lavorare, anche i bambini.

Nei paesi più ricchi i lavoratori sono più produttivi e quindi possono lavorare meno ore per poter raggiungere un reddito soddisfacente e questo fa sì che anche il tempo libero è maggiore. Intere industrie, dal turismo, alla ristorazione, ai video giochi, prosperano nei paesi ricchi proprio perché le persone hanno reddito alto e molto tempo libero.

In Francia, Italia, Germania, Regno Unito e Giappone, ad esempio, i lavoratori lavorano 1.000 ore in meno all’anno rispetto a quanto avveniva nel 1870. Anche nel lavoro domestico, l’aumento di tecnologie moderne (lavatrici, forni a micro onde etc.) consente di avere più tempo libero.

Ma un aspetto che forse molti trascurano è il nesso tra reddito e inquinamento. All’aumentare della ricchezza di un paese diminuisce l’inquinamento. Dasgupta, Mody, Roy e Wheeler “Environmental regulation and development: a cross country empirical analysis” World bank policy research working paper n. 1448, april 1995, 20 mostrano come i paesi con i migliori indicatori ambientali (più basso inquinamento dell’aria, dell’acqua etc.) sono quelli più ricchi. I paesi più ricchi infatti possono adottare tecnologie più moderne, meno inquinanti, possono usare prodotti di qualità migliore che comportano minore distruzione ambientale etc.

La graduatoria dell’Organizzazione mondiale della sanità sull’inquinamento urbano conferma questo legame tra reddito pro capite e migliore qualità dell’aria nelle città: le città cinesi o indiane sono molto più inquinate di quelle europee o americane. Ma le città americane o quelle tedesche sono molto meno inquinate di quelle italiane. 

Servono soldi per combattere l’inquinamento e quindi per avere un ambiente più pulito. A meno che non si pensi di tornare al livello delle tribù amazzoniche, che vivono di caccia, sono nomadi..e la cui speranza di vita media è sui 30 anni.

Questo nesso tra protezione ambientale e livello di ricchezza sembra contro-intuitivo e molto ambientalismo diffonde erroneamente la tesi opposto, errata.

La qualità ambientale in realtà è un po’ come il tempo libero: i paesi più ricchi sono molto più sensibili alla qualità dell’ambiente, rispetto ai paesi più poveri; così come danno molto più valore al tempo libero. La qualità dell’ambiente ha un valore più alto per i paesi ricchi che non per i paesi poveri. I paesi poveri hanno come priorità la lotta alla miseria, dare lavoro a tutti, industrializzarsi e quindi usano tecnologie più vecchie, anche se più inquinanti, adottano standard di protezione ambientale meno rigorosi. E non è vero che solo il capitalismo inquina. L’unione sovietica era un sistema nel quale i disastri ambientali erano giganteschi. Il fatto che ci fosse il comunismo dittatoriale riduceva anzi la possibilità per la popolazione di protestare se una centrale nucleare aveva perdite radioattive.

Serve più crescita, quindi più reddito, per avere più protezione ambientale: auto meno inquinanti, trasporti collettivi più efficienti, prodotti riciclabili, energie rinnovabili, edifici più eco-sostenibili, cibo di migliore qualità, farmaci più efficaci, e così via.

Serve più crescita per dare lavoro ai giovani, per ridurre ancora l’orario di lavoro, per avere più tempo libero da dedicare alla cultura, ai viaggi, ai rapporti umani, all’ozio.

Serve più crescita economia per stare meglio.

Ha torto chi pensa che possiamo fermarci e tornare indietro.

La priorità resta la crescita economica.

mercoledì 30 ottobre 2013

I LIBERISTI ACCUSANO LETTA DI RIFLUSSO STATALISTA

Eni, Poste, Ansaldo e Alitalia. Ma Letta è liberista o statalista?

28 - 10 - 2013Fernando Pineda
Eni, Poste, Ansaldo e Alitalia. Ma Letta è liberista o statalista?
Il governo è pronto al varo di alcune privatizzazioni, assicura oggi il quotidiano la Repubblica, in un articolo a firma di Roberto Mania. Eppure i liberisti accusa l’esecutivo di Enrico Letta di riflusso statalista.
L’ARTICOLO DI REPUBBLICA
Letta accelera sulle privatizzazioni, secondo il quotidiano diretto da Ezio Mauro: piano da 20 miliardi in tre anni per ridurre il debito pubblico, si legge in un articolo di Roberto Mania. In vista ci sono cessioni di quote per EniPoste (o meglio Banco Posta) e Terna, mentre per Fincantierisi profilo l’ipotesi Borsa.
I DETTAGLI DEL PIANO
Questa settimana dovrebbe ricomporsi il Comitato delle privatizzazioni che avrà due mesi di tempo per stabilire in cosa e su quali società punterà il piano Saccomanni-Letta per le privatizzazioni. “Alcune linee tuttavia sembrano già emergere – sostiene Mania nel suo articolo – Ad essere escluse dalle possibili cessioni sarebbero Enel (31,4%) e Finmeccanica (30,20%) “mentre sul mercato dovrebbe andare tutta o quasi la quota di partecipazione (4,34%, con il 25,76% in mano alla Cassa deposti e prestiti) dell’Eni si Paolo Scaroni“.
Sarebbe poi prevista una riduzione delle partecipazioni della Cassa depositi e prestiti (attualmente al 29,85%) in Terna, la società di Flavio Cattaneo. “Il progetto è quello di cedere, tra la fine dell’anno e l’inizio del 2014, il 4,9% (pari a 340-350 milioni di euro). I ricavi, non essendo la Cdp all’interno del perimetro della pubblica amministrazione, non andranno però a riduzione del debito”.
Anche le Poste, controllate al 100% dal Tesoro, dovrebbero fare il proprio esordio nel “risiko delle privatizzazioni”. “L’idea è di mettere sul mercato Poste Vita – sottolinea Mania – il segmento assicurativo e anche una vera cassaforte del colosso guidato da Massimo Sarmi“.





ANGIE MERKEL E LA GRANDE COALIZIONE TEDESCA

Il piano di Angela Merkel per l’Europa

29 ottobre 2013DER SPIEGEL AMBURGO






Nel suo terzo mandato la cancelliera tedesca sembra determinata ad assumere finalmente la guida del progetto europeo. Per riuscirvi sarà cruciale l’alleanza con l’Spd e il suo candidato alla guida della Commissione Martin Schulz. Estratti.


È successo in occasione di una cena data nella sede di Bruxelles del Consiglio europeo. Era stato appena servito il dolce, poco prima di mezzanotte, quando Angela Merkel ha fatto quello che i capi di governo europeo le chiedevano da mesi, cioè dimostrare la sua leadership. I paesi della zona euro devono diventare più competitivi, ha ripetuto con insistenza il cancelliere, il controllo che finora ha esercitato la Commissione europea non basta, bisogna adattare delle "misure più vincolanti". Inoltre la "dimensione sociale" non deve essere trascurata, ha detto la leader della Cdu. L'Europa deve fare un "salto qualitativo".
In occasione del suo terzo mandato Merkel è determinata a diventare una vera e propria cancelliera europea. Alle ultime elezioni i tedeschi le hanno dato il più alto numero di consensi che abbia mai avuto, è diventata il "leader più potente d'Europa" (The Economist) e ben presto guiderà una grande coalizione con il secondo partito tedesco. Merkel è convinta di essere in posizione di forza per promuovere un progetto che dovrebbe diventare la sua eredità politica: la riforma dell'Unione europea. Tuttavia anche se il rischio di una prossima disintegrazione della moneta unica è stato per ora evitato e se la congiuntura della zona euro mostra i primi segni di ripresa da molto tempo, Merkel è consapevole che in ogni momento la crisi potrebbe di nuovo aggravarsi. Dalla Francia all'Italia i partiti euroscettici hanno ilvento in poppa, in molti paesi indebitati le riforme sono a un punto morto e le banche sono molto restie a concedere dei crediti.
Per questo motivo la cancelliera prepara una serie di riforme europee e sa già come imporre il suo progetto; con l'aiuto dei suoi nuovi partner di coalizione – i socialdemocratici – vuole dare un carattere "sociale" alla sua politica europea. Si tratta di creare dei programmi contro la disoccupazione dei giovani e contro l'evasione fiscale, e di adottare un bilancio specifico per la zona euro per rilanciare la crescita. In cambio Bruxelles avrà un potere di controllo esteso sulle politiche finanziarie ed economiche degli stati membri.
Denaro in cambio di riforme. Merkel vuole adesso dare al suo controverso programma una forma "socialdemocratica" e per fare questo si è trovata un alleato importante. Vuole far passare il suo progetto grazie al sostegno del presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, che presiede la delegazione dell'Spd sulle questioni di politica europea nel quadro dei negoziati in vista della formazione della coalizione, ma pensa già alle prossime tappe della sua carriera. Per ora pensa a essere il capolista dei socialisti alle europee del prossimo maggio, dopodiché, se sarà riuscito a raccogliere abbastanza suffragi, cercherà di diventare presidente della Commissione europea. Così la cancelliera si sbarazzerebbe del suo ex alleato caduto in disgrazia, l'attuale presidente della Commissione José Manuel Barroso. Insieme a Schulz, Merkel potrebbe avviare le riforme in favore della crescita e della competitività.
Schulz vede regolarmente la cancelliera a Berlino, si scambiano sms ed elaborano compromessi
La linea del nuovo governo tedesco è prevedibile: nessun obbligo europeo ma più denaro per i programmi di rilancio e un potere più esteso per Bruxelles. Per imporre la sua nuova strategia Merkel, spesso soprannominata "Mutti" [mammina] nelle sue stesse fila, si è trovata un nuovo alleato in Schulz. E per quanto il dirigente dell'Spd dichiari pubblicamente che "Merkel non è la [sua] migliore amica", a microfoni spenti entrambi i leader si lasciano andare a grandi dichiarazioni di stima reciproca. Schulz vede regolarmente la cancelliera a Berlino, si scambiano sms ed elaborano compromessi, l'ultimo dei quali riguarda il bilancio supplementare dell'Ue. Entrambi sono contrari a una soluzione di tutti i problemi su scala europea. I loro punti di vista convergono anche sui mezzi per riuscire a rafforzare l'unione monetaria ed economica.

Niente complicazioni

Schulz rappresenta un elemento importante per la grande coalizione e i suoi stretti rapporti con il capofila dell'Spd, Sigmar Gabriel, potranno tornare utili a Merkel sul piano europeo. Le elezioni europee dell'anno prossimo saranno le prime a svolgersi sulla base delle condizioni fissate dal trattato di Lisbona. I suoi risultati dovranno quindi essere presi in conto dai 28 capi di governo degli stati membri per la nomina del presidente della Commissione. Martin Schulz, 57 anni, ha buone possibilità di essere scelto. Può contare su un largo sostegno in parlamento e nel Consiglio europeo, che va ben oltre le fila della sua famiglia politica. Merkel lo sa e sarebbe ben contenta di averlo a capo della Commissione, soprattutto perché il socialdemocratico ha la fiducia del presidente francese François Hollande. Un elemento che permetterebbe di rilanciare il logoro motore franco-tedesco.
Il solo problema per la Merkel è che in quanto presidente della Cdu non può sostenere apertamente un membro dell'Spd. Nella campagna per le elezioni europee i due futuri partner di colazione faranno quindi banda a parte. Tuttavia la cancelliera si impegna a non aprire nuovi e inutili fronti di scontro con il socialdemocratico. Così giovedì scorso i leader del Partito popolare europeo si sono riuniti per discutere delle future elezioni europee. Molti hanno detto di volere che il Ppe presenti un suo capolista contro Schulz. Ma Merkel e il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, hanno espresso forti riserve su questo punto. La cancelliera vuole conservare il diritto di nominare il suo favorito al posto di presidente della commissione dopo le elezioni – e forse si potrebbe trattare dello stesso Schulz.
Una cosa è certa, il contributo dei socialdemocratici tedeschi non sarà sgradito se Merkel vorrà imporre il suo programma in Europa.
Traduzione di Andrea De Ritis



 

NUOVA AGENZIA PER LO SVILUPPO DEL SUD 2014-2020

10 (e più) domande al governo Letta sulla nuova Agenzia per il Sud

29 - 10 - 2013Federico Pirro
10 (e più) domande al governo Letta sulla nuova Agenzia per il Sud

L’Agenzia che il Governo vuole costituire per la gestione del nuovo ciclo 2014-2020 di fondi comunitari nel Mezzogiorno, se da un lato si presenta come una struttura necessaria, dall’altro – proprio per rispondere al meglio alle specifiche finalità che le si vogliono attribuire – merita approfondimenti tecnici non eludibili.
Procedo per punti scusandomi per la schematicità:
1) l’Agenzia deve intervenire solo nel Mezzogiorno, o anche nel Nord – presso le Regioni che fruiscono di finanziamenti comunitari, sia pure in misura inferiore a quella delle Regioni meridionali? E può intervenire anche nei confronti dei Ministeri inadempienti e ritardatari nell’impiego di quei fondi, dal momento che per alcune misure riguardanti i Pon – Programmi operativi nazionali – si sono verificati gravi ritardi nel loro impiego da parte degli stessi Ministeri?
2) e nel Mezzogiorno deve intervenire nelle Regioni dell’Obiettivo convergenza o in tutte, anche in quelle cioè che risultano in phasing out?
3) inoltre che vuol dire intervenire? Operare con poteri sostitutivi nella ripartizione dei fondi e/o nel loro impiego? E per quali misure? Solo quelle del FESR che hanno le maggiori dotazioni, o anche in quelle del FSE e del FEOGA?
4) e se può intervenire sull’impiego delle risorse FESR, potrebbe farlo sia su quelle destinate ad infrastrutture e sia sulle altre destinate ad incentivi industriali?
5) e intervenire significherebbe sostituire operativamente le Regioni nella ripartizione delle risorse e nel loro impiego, anche se poi molti interventi delle Regioni medesime sono demandati a livello di progettazione, indizione delle gare d’appalto, aggiudicazione, direzione lavori e loro rendicontazione a vari soggetti beneficiari? E in caso di ricorsi a Tar e Consiglio di Stato di soggetti che contestassero l’esito di gare d’appalto finanziate da Fondi comunitari, che poteri di intervento avrebbe l’Agenzia?
6) e intervenire non significherebbe poterlo fare con poteri sostituitivi ben definiti, già normativamente disponibili o da approvarsi ad hoc, e senza incorrere pertanto in ricorsi al Tar da parte dell’Ente che venisse sostituito?
7) e se si intervenisse in caso di inadempienza di un Ente locale, quando scatterebbe la dichiarazione di inadempienza e la relativa sostituzione? Quali sarebbero i parametri di definizione dell’inadempienza? Sarebbero parametri temporali? O quantitativi? O entrambi? Ovvero scatterebbero quando una determinata (ma molto elevata) quantità di risorse risultasse inutilizzata entro una scadenza certa da fissarsi in anticipo?
8) ma se si è accertato che – almeno in alcune Regioni – la velocità della spesa non è stata così celere come avrebbe potuto essere a causa del mancato cofinanziamento regionale per i vincoli del Patto di Stabilità interno, come potrebbe l’Agenzia intervenire su questa specifica strozzatura?
9) e poi se si deve intervenire con poteri sostitutivi, con quali risorse umane lo si dovrebbe fare? Da chi sarebbe composta la struttura operativa dell’Agenzia? Da quante unità? Con quali profili professionali? Da ingegneri, da esperti di diritto amministrativo e in legislazione in materia di appalti? E quanto costerebbe il funzionamento ordinario della nuova Agenzia? E il personale verrebbe dall’attuale Dipartimento per le politiche di Sviluppo e di Coesione. Ma esso ne possiede già oggi le qualifiche necessarie?
10) E l’Agenzia, a sua volta, a chi risponderebbe? Alla Presidenza del Consiglio, si afferma. Bene, ma direttamente al Presidente del Consiglio o al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio opportunamente delegato?
In realtà, non sono poche le domande che possono essere sollevate a chi propugna la costituzione dell’Agenzia, alle quali il Legislatore dovrebbe rispondere in maniera non elusiva se si vuole creare uno strumento realmente utile. Ma sin dall’inizio dovrebbero esservi per il suo funzionamento certezze di carattere normativo, economico e professionale.
Il contribuente, è appena il caso di ricordarlo, è spaventato dall’ipotesi che possa nascere un altro carrozzone quando, nonostante la spending review, non si riesce ancora a cancellare realmente tanti Enti inutili che – pur essendo stati dichiarati come tali negli anni – in realtà, come ha documentato il settimanale Panorama nel suo ultimo numero, restano ancora al loro posto.
E poi – in vista della costituzione della nuova Agenzia – non si dovrebbe almeno allargare la riflessione del Legislatore (magari con un’indagine conoscitiva specifica) sul funzionamento effettivo e sulla reale utilità di altre Agenzie o Istituti anche creditizi creati in passato per intervenire nel Sud come Invitalia – che oggi però ha allargato il suo perimetro ad altre aree del Paese – e la Banca del Mezzogiorno/Mediocredito centrale ?
Si faccia attenzione allora per evitare che uno strumento destinato in teoria a rispondere ad un’esigenza fondata nasca in fretta, male e diventi inutile ancor prima di partire.
Federico Pirro – Università di Bari – Centro Studi Confindustria Puglia

IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO

Ci sono un Italiano, un francese e un tedesco che ……. una nazione che non ha piu’ “speranza”.

ragazza-che-piange
Ricordo perfettamente che durante la mia infanzia e giovinezza, diciamo negli anni 70 ed 80, andavano per la maggiore le barzellette dove c’era l’Italiano, il Tedesco, il Francese, etc.
Tutte queste barzellette erano similari: vedevano un confronto tra i vari attori, in cui gli stranieri manifestavano una certa tendenza efficiente di superiorita’ rispetto al “malandato Italiano”, ed alla fine invariabilmente e non senza una certa dose di fantasia l’Italiano riusciva sempre a cavarsela.
Queste barzellette, frutto della saggezza popolare, erano lo specchio dell’Italia dell’epoca: certamente meno “solida” rispetto ai partners d’oltralpe, ma che in un modo o nell’altro, generalmente con una buona dose di fantasia ed elasticita’ e furbizia italiaca, se la cavava nel confronto coi “robusti” e “rigidi” stranieri.
ci sono un italiano, un inglese e un tedesco che parlano dell’economia in generale. l’inglese e il tedesco stanno magiando delle gomme… allora l’inglese dice << noi inglesi mangiamo solo la frutta migliore, mentre gli scarti si riciclano e ci fanno la marmellata x gli italiani…>> il tedescodice << noi tedeschi mangiamo la carne migliore, i pezzi migliori e abbiamo gli animali migliori, mentre gli scarti si riciclano e ci fanno i wriustell x gli italiani…>> infine l’italiano dice << noi italiani usiamo tantissimo i preservativi. voi li usate, si?>> e i due <<certo, xkè?>> e l’italiano risponde <<xkè una volta usati, non li buttiamo, ma li ricicliamo e ci facciamo le gomme da masticare e le vendiamo agli inglesi e ai tedeski>>
Fateci caso, ma da diversi anni queste barzellette non circolano piu’. Credo fermamente che non sia un caso.
In pratica rispetto a 20-30 anni fa, l’Italia continua certamente ad essere meno solida e forte dei paesi d’oltralpe (da questo punto di vista non e’ cambiato assolutamente niente). C’e’ pero’ una novita’abbiamo perso le doti tipicamente italiane di fantasia, elasticita’ e furbizia, e soprattutto abbiamo perso la fiducia, la speranza e la convinzione di cavarcela in un modo o nell’altro.

By GPG Imperatrice
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Dobbiamo adattare la valuta alle diverse culture, non il contrario

"Dobbiamo adattare la valuta alle diverse culture, non il contrario" H.O. Henkel



Hans Olaf Henkel sul "Manifesto di solidarietà economico"

 di Alessandro Bianchi

Hans Olaf Henkel. Fino al 2000 Presidente della Confindustria tedesca (DBI), professore Onorario di Management Internazionale all'Università di Mannheim.  Autore di "Gli Euro-bugiardi: salvataggi insensati, rischi occultati - così veniamo ingannati"

- Lei è tra i firmatari del "Manifesto di solidarietà europeo", che invoca una dissoluzione controllata della zona euro, con l'uscita, nello specifico, dei paesi del nord economicamente più forti. E' l'unica soluzione percorribile oggi per salvare l'Ue? E cosa rischiano i paesi del continente nel proseguire con le politiche attuali?
Io vedo tre alternative. Tutte tre comportano dei rischi, ma sono meglio dell’ attuale “Andiamo avanti così ”. Come prima opzione si potrebbero far uscire dalla zona euro i paesi che non riescono a rimanere più nell’euro se non con gli aiuti. Se facessimo così per esempio in Grecia ci assumeremmo il rischio di “una corsa agli sportelli delle banche” non solo ad Atene ma anche forse il giorno dopo a Madrid e a Lisbona. Come seconda alternativa, si potrebbe tornare tutti alle nostre vecchie monete. Questo comporterebbe il rischio di una rinazionalizzazione anche in altri settori con un conseguente danno per il mercato unico europeo. La terza opzione è la nostra proposta, che prevede l’uscita insieme di Finlandia, Olanda, Austria e Germania e la fondazione di una seconda moneta euro. Oggi l’euro è una valuta troppo forte per i paesi del sud e troppo debole per quelli del nord, con la conseguenza che i prodotti italiani sul mercato mondiale risultano troppo cari e quelli tedeschi  sono diventati troppo a buon mercato. Il risultato è una una bassa crescita e disoccupazione in Italia e timori di inflazione in Germania. 
Con l’uscita dei paesi del nord l’euro si deprezzerebbe e l’industria italiana potrebbe nuovamente esportare di più, mentre per quella tedesca sarebbe più difficile esportare a danno dei paesi del sud Europa. Per questo motivo la nostra proposta è stata pubblicata in un “Manifesto di Solidarietà Europea” e viene sostenuta in particolar modo da economisti del sud Europa.
- Nelle recenti elezioni in Germania, è rimasto deluso dal fatto che AFD non abbia superato la soglia di rappresentanza al Bundesbank o ritiene il 4,7% un buon risultato per il futuro? E come spiega il plebiscito del popolo tedesco verso Angela Merkel?
Certo avrei preferito vedere la presenza dell’AFD in Parlamento, anche perché così la Germania rimane l'unico paese dell’ UE senza un partito critico dell'euro. Una ragione di tale situazione risiede nella “Mancanza di Alternativa” proclamata dalla Cancelliera Merkel, che la maggior parte dei tedeschi prendono ancora per buona.
- Ritiene davvero il sistema economico tedesco – bassi salari, aggressività internazionale per le esportazioni e controllo dei prezzi - il modello che tutti i paesi della zona euro devono seguire? Ci sono cambiamenti di politica economica che invoca per il suo paese?
No, io non la penso così. In realtà, l'Italia era un avversario molto pericoloso per l'industria tedesca prima dell'euro. Le svalutazioni italiane ci resero la vita difficile. Ma in una moneta unica si tratta di una politica non possibile da attuare.
Il modello italiano è buono per l'Italia, il modello tedesco è buono per la Germania. Ma l’Euro costringe ad adattare la nostra cultura economica alle esigenze di una valuta. Io sono per l’approccio opposto: abbiamo bisogno di adattare la valuta alle diverse culture del nord e del sud Europa. È per questo che io sono per un Euro del Nord Europa.
- In una sua dichiarazione recente ha sostenuto come "gli euro-salvatori stiano minando le fondamenta della democrazia nel continente". Si riferiva anche alla creazione dell'EMS, al Patto di stabilità ed al Two Packs?
“La clausola No-Bail-Out” prevista dal Trattato di Maastricht è stata illegalmente disattesa. E' democratico? Nella Banca Centrale Europea (BCE), Malta ha lo stesso potere di voto dell'Italia. E' democratico? Il MES ora può salvare, ad esempio, una banca in Francia senza che il Parlamento tedesco sia interpellato. E inoltre i contribuenti tedeschi devono partecipare con il 27% dei depositi al MES. E' democratico? Prima della crisi dell'euro, la Germania era il paese più amato tra i greci, oggi siamo il più odiato. E' un bene per la democrazia?
- Le elezioni europee del prossimo anno saranno un test per tutti i movimenti e partiti che mettono in discussione l'attuale sistema europeo. Si tratta di realtà molto etorogenee tra loro, Syriza in Grecia, l'Afd in Germania, l'Ukip di Nigel Farage in Inghilterra ed il Movimento cinque stelle in Italia. Riusciranno secondo Lei a trovare un modo per proporre soluzioni comuni all'interno del Parlamento europeo ed impedire così che siano i partiti di estrema destra ad emergere come l'unica alternativa all'austerità?
Certo! L'AFD è un partito liberale. E’ per la sussidiarietà come i salvatori dell’ euro sono invece per la centralizzazione. E’ per la concorrenza, come i salvatori dell’ euro sono invece per l’armonizzazione. Ed è per la responsabilità autonoma per il debito di uno stato e contro la socializzazione del debito di uno stato.

(Traduzione a cura della redazione dell'AD)
Il testo originale dell'Intervista: 

CHE COS'E' IL M.E.S.

La Camera approva Fiscal Compact e Mes: inizia la dittatura europea.

di Italo Romano


Stamattina alla Camera dei deputati è stata scritta la sentenza di fine sovranità dello Stato italiano. Nel silenzio totale dei mezzi di comunicazione i Deputati dell’oramai ex Belpaese hanno dato il via libera definitivo alla ratifica del Trattato sulla stabilita’, sul coordinamento e sulla governance nell’Ue, meglio conosciuto come Fiscal Compact, sottoscritto il 2 marzo e integralmente applicabile ai 17 Stati della zona euro e al Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), al secolo “fondo salva stati”.

I si’ per il Fiscal Compact sono stati 380, 59 i no, 36 gli astenuti, quelli per il Mes sono stati 325 si’, 53 no e 36 astenuti. Solo la Lega ha votato contro; l’Idv si e’ astenuta. Questo dovremo ricordarcelo nel prossimo futuro.
Il presidente dei deputati della Lega Nord, Gianpaolo Dozzo, così spiega la contrarieta’ del suo gruppo parlamentare all’adozione del Fiscal compact e del Meccanismo europeo di stabilita’:
”Oggi, nel silenzio generale, e’ cambiato l’articolo 1 della nostra Costituzione ma nessuno lo dice: la sovranita’ non appartiene piu’ al popolo, ma alla burocrazia europea, che per giunta la esercita nelle forme e nei limiti che essa stessa decide. Monti e la sua maggioranza hanno impegnato il nostro Paese su vincoli che sarebbe gia’ difficile rispettare in una fase di crescita economica, figuriamoci in una situazione di crisi e recessione come quella che stiamo attraversando. Quando non riusciremo ad onorare questo nostro impegno non potremo piu’ tirarci indietro ma dovremo consegnare le chiavi di casa nostra alle varie autorita’ europee. Quello che piu’ mi lascia basito e’ che proprio l’anno scorso con tanta enfasi tutti, non noi, hanno voluto festeggiare la ricorrenza dell’Unita’ d’Italia e oggi l’hanno svenduta a Stati stranieri, senza che i tanti e illustri costituzionalisti del nostro paese, sempre ligi e attenti a vedere le pagliuzze, non abbiano visto questa trave”.
Condivido pienamente queste dichiarazioni. E voi? Siete perplessi? Solo perchè è un leghista?
Ora cercherò di spiegarvi cosa sono il Fiscal Compact e il Mes.

Il Fiscal Compact
Il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria (cd. Fiscal Compact) – oggetto del ddl di ratifica A.C. 5358, approvato dal Senato il 12 luglio scorso – è stato firmato in occasione del Consiglio europeo dell’1-2 marzo 2012 da tutti gli Stati membri dell’UE ad eccezione di Regno Unito e Repubblica ceca.
Il Trattato incorpora ed integra in una cornice unitaria alcune delle regole di finanza pubblica e delle procedure per il coordinamento delle politiche economiche in gran parte già introdotte o in via di introduzione in via legislativa.
Tra i punti principali del Trattato si segnalano:
1) l’impegno delle parti contraenti ad applicare e ad introdurre, entro un anno dall’entrata in vigore del trattato, con norme costituzionali o di rango equivalente, la “regola aurea” per cui il bilancio dello Stato deve essere in pareggio o in attivo;
2) qualora il rapporto debito pubblico/PIL superi la misura del 60%, le parti contraenti si impegnano a ridurlo mediamente di 1/20 all’anno per la parte eccedente tale misura. Il ritmo di riduzione, tuttavia, dovrà tener conto di alcuni fattori rilevanti, quali la sostenibilità dei sistemi pensionistici e il livello di indebitamento del settore privato;
3) le parti contraenti si impegnano a coordinare meglio la collocazione dei titoli di debito pubblico, riferendo preventivamente alla Commissione e al Consiglio sui piani di emissione dei titoli di debito;
4) qualsiasi parte contraente che consideri un’altra parte contraente inadempiente rispetto agli obblighi stabiliti dal patto di bilancio può adire la Corte di giustizia dell’UE, anche in assenza di un rapporto di valutazione della Commissione europea;
5) le parti contraenti possono a fare ricorso, alle cooperazioni rafforzate nei settori che sono essenziali per il buon funzionamento dell’Eurozona, senza tuttavia recare pregiudizio al mercato interno;
6) i Capi di Stato e di governo delle parti contraenti la cui moneta è l’euro si riuniscono informalmente in un Euro Summit, insieme con il Presidente della Commissione europea;
7) il Parlamento europeo ed i Parlamenti nazionali degli Stati aderenti, come previsto dal Titolo II del Protocollo sul ruolo dei Parlamenti nazionali allegato al TFUE, determineranno insieme l’organizzazione e la promozione di una conferenza dei presidenti delle Commissioni competenti dei parlamenti nazionali e delle competenti Commissioni del PE, al fine di dibattere le questioni connesse al ordinamento delle politiche economiche.
Il Trattato entrerà in vigore il primo giorno del mese successivo al deposito del dodicesimo strumento di ratifica di uno Stato parte contraente, aderente all’area dell’euro. Alla data del 12 luglio 2012, il Fiscal Compact è stato ratificato da 9 Paesi (Cipro, Danimarca, Grecia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Portogallo, Romania e Slovenia); in due 2 Stati (Austria e Germania) è stato completato l’iter parlamentare della ratifica ma i relativi strumenti non sono stati ancora firmati dal Presidente della Repubblica.
Ogni paese, dopo la ratifica del trattato, avrà tempo fino al 1° Gennaio 2014 per introdurre la regola che impone il pareggio di bilancio nella legislazione nazionale. Solo i paesi che avranno introdotto tale regola entro il 1º marzo 2014 potranno ottenere eventuali prestiti da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità.
E’ tutto collegato. Ogni tassello ha il suo posto prefissato. Quello che ne uscirà fuori sarà un puzzle mostruoso.
L’Italia in questo è già avanti. Il governo italiano ha ratificato e recepito l’imposizione europea, inserendo in Costituzione il principio del pareggio di bilancio. Il Senato, in data 17 Aprile, ha approvato con 235 si e 11 no e 24 astenuti il ddl di riforma dell’ art.81 della Costituzione che e’ legge con questa quarta e ultima lettura, prevista per le riforme costituzionali. Si è espresso a favore più dei due terzi dei componenti, evitando così il referendum confermativo. Anche qui, il tutto è avvenuto nel silenzio pressoché totale della stampa e delle televisioni, nell’omertà bipartisan di politologi e politici.
In pratica vi sarà solo una lenta ma inesorabile perdita di tutte le sovranità nazionali. E ancora una volta, alla faccia della democrazia, i cittadini non sono stati chiamati a partecipare alla decisione, anzi, sono stati addirittura esclusi dal dibattito in quanto televisioni e giornali hanno preferito glissare sull’argomento.
A dire il vero, sono convinto, che un dibattito non ci sia stato neanche all’interno delle aule parlamentari, in quanto si tratta di una imposizione europea ben supportata in Italia dal governo fantoccio di Mario Monti. Solo un voto a maggioranza qualificata poteva sovvertire il dicktat europea. Pura utopia. La maggior parte di coloro i quali hanno preso parte alla votazione, ne sono certo, non sapevano neanche cosa stavano andando a ratificare. Il che non vuole essere una attenuante ma una aggravante, che colpirà ben presto questi signori oramai dediti alla sola tutela dei propri privilegi.


Dimentichiamo spesso di essere in un regime monetario. Difatti, noi usiamo una valuta straniera, non sovrana, che ci impedisce autonomia nelle decisioni in materia economica. Un vero cappio al collo. E ora ci tolgono anche il supporto che ci aiuta a rimanere in vita. Alla luce dei fatti il pareggio di bilancio e l’estinzione del debito per uno Stato, a queste condizioni sono impossibili da realizzare.


L’unico modo per uscire da questa spirale, sarebbe quello di generare nel bilancio pubblico avanzi primari (la differenza tra le entrate dello Stato e la sua spesa al netto degli interessi corrisposti sul debito pubblico) talmente consistenti da superare la spesa per gli interessi. Debito pubblico/privato che è arrivato a toccare i 2700 miliardi di euro. Per far fronte ad un tale livello di indebitamento, bisognerebbe chiudere il bilancio con ricavi nettamente fuori dalla portata degli attuali governi. Inoltre una politica del genere (lo abbiamo visto in Grecia, Irlanda e Spagna) comporterebbe un sacrificio lacrime e sangue da parte dei cittadini, con taglio dei servizi e inasprimento della pressione tributaria. Quella che i tecnocrati chiamano con una certa libidine austerity. Presto toccherà anche noi beccarci le riforme di ripianamento, che ci schiacceranno nella povertà e nell’incertezza. Sono già state annunciate. Come è già partito il piano di liquidazione totale di tutte le aziende statali, di quella non in perdita si intende, e il draconiano taglio dei servizi essenziali di ogni cittadino, tra cui scuola, sanità e tutte quelle cose che fino ad oggi abbiamo dato per scontato, vivendo in un paese “progredito” e “sviluppato”.

Lo stesso Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha reso noto che l’Italia non raggiungerà il pareggio di bilancio almeno fino al 2017. Questo significa che se vogliamo raggiungere gli obiettivi prefissi dall’Ue ci dovremo accollare la metà del debito sulle nostre spalle. Ciò significa distruzione della Stato di Diritto. Dovremo pagare multe salatissime (pari allo 0,1% del Pil) ogniqualvolta non rispetteremo gli impegni presi firmando il Fiscal Compact. Saremo ancora più dipendenti e ricattabili, saremo una colonia (ma per noi non è una novità visto che siamo un potenta made in U.S.A. dal 1945), e verremo spogliati delle nostre ricchezze reali e saremo trattati alla stregua di schiavi.
I prossimi governi saranno “costretti” a mantenere la linea di austerity tracciata dalla bancocrazia Monti, tali trattati, sulla carta, non sono tralciabili. Il Parlamento italiano diventa ufficialmente un organo dei mercati, a cui si dovrà dare conto di ogni decisione e di cui si dovranno rispettare le “agende” prescritte.
In pratica abbiamo perso la sovranità nazionale in materia di scelte economiche. Privati oramai da tempo della facoltà di battere moneta, ci siamo chinati al volere globalista del super stato europeo.
E’ un domino: persa la sovranità monetaria, e ora quella economica, a breve dovremo rinunciare alla sovranità fiscale e poi politica che cadrà in mano, come auspicato su Repubblica da Curzio Maltese, a una casta ristretta di tecnici illuminati che guideranno il sopito ricordo degli stati nazione verso le porte del nuovo ordine mondiale, aprendo la strada a un regime sinarchico scientifico mondialista.
Come dichiarato in più occasioni e da diversi esponendi di varie sponde politiche e non, l’obiettivo finale è la creazione dagli Stati Uniti d’Europa, la tecnocrazia bancaria con un governo centrale, una banca centrale, una moneta unica e dove il popolo verrà spogliato della divisa di cittadino per indossare i panni ben più scomodi di merce, soggetto alle leggi del mercato neoliberista relativista globalizzato.
Un esempio sono le dichiarazioni odierne rilasciate dal deputato di ApI Bruno Tabacci:
”Piu’ che cessioni di sovranita’ nazionale dobbiamo cominciare a pensare all’acquisizione di una piena sovranita’ europea fondata su un nuovo patto politico che leghi cittadini e istituzioni europee. L’Italia non puo’ che essere in prima linea”.
E poi mi vengono a dire che non sono i camerieri dei banchieri!
Ve lo scrivo con le parole di Alberto Bagnai, docente di Politica Economica e di Economia e Politica della Globalizzazione:
“Il fiscal compact è un’assurdità, non devo spiegarlo a voi: in un sistema ingessato dalla politica monetaria unica, ingessare la politica fiscale equivale a condannarsi alla recessione. Il fiscal compact è più assurdo del patto di stabilità e di crescita, che non ha funzionato perché è stato violato per prima dalla Germania (quando doveva finanziare la sua svalutazione reale competitiva)“.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità

La modifica all’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE) – la cui ratifica è oggetto del disegno di legge A.C. 5357, approvato dal Senato il 12 luglio scorso – è stata adottata condecisione del Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011, secondo la procedura semplificata di revisione dei trattati. L’art. 136 reca alcune disposizioni riguardanti specificamente gli Stati aderenti all’area dell’euro, volte a rafforzare il coordinamento delle politiche di bilancio e ad elaborare comuni orientamenti di politica economica.
La decisione prevede l’inserimento all’art. 136 del seguente paragrafo:“Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.”
Il procedimento di ratifica della modifica dell’art. 136 del TFUE si è perfezionato in 12 Stati membri (Cipro, Danimarca, Grecia, Francia, Ungheria, Lituania, Lussemburgo, Lettonia, Portogallo, Romania, Slovenia e Svezia), mentre in altri 9 Paesi (Austria, Repubblica ceca, Germania, Spagna, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia e Slovacchia) è intervenuta l’approvazione in sede parlamentare, senza tuttavia che la relativa legge sia ancora entrata in vigore.
Strettamente connesso a tale modifica, il Trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità (MES) è stato siglato, in una prima versione, dagli Stati membri della zona euro l’11 luglio 2011; tenuto conto della predisposizione del Fiscal Compact e dell’esigenza di rafforzare il meccanismo alla luce delle tensioni sui mercati internazionali, il 2 febbraio di quest’anno è stato sottoscritto un nuovo Trattato internazionale.
In base all’art. 1 del Trattato, il MES è costituito dalle parti contraenti quale organizzazione finanziaria internazionale, con l’obiettivo istituzionale di mobilitare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità. A questo scopo è conferito al MES il potere di raccogliere fondi con l’emissione di strumenti finanziari o la conclusione di intese o accordi finanziari o di altro tipo con i propri membri, istituzioni finanziarie o terzi.
Gli organi principale del MES – che ha sede a Lussemburgo e può istituire un ufficio di collegamento a Bruxelles – sono, in base all’articolo 4, il Consiglio dei governatori, il Consiglio di amministrazione ed il Direttore generale.
Il Consiglio dei governatori, composto da un componente per ciascuno degli Stati membri del MES, nonché, in qualità di osservatori, dal Commissario europeo per gli affari economici, dal Presidente dell’Eurogruppo e dal Presidente della BCE, assume le principali decisioni relative al funzionamento del MES.
Il Consiglio di amministrazione svolge invece i compiti specifici delegati dal Consiglio dei governatori. Ogni governatore nomina un amministratore e un supplente, tra persone dotate di elevata competenza in campo economico e finanziario.
Il Direttore generale è nominato – per cinque anni (rinnovabili una volta) – dal Consiglio dei governatori fra i candidati dotati di esperienza internazionale pertinente e di elevato livello di competenza in campo economico e finanziario. Presiede le riunioni del Consiglio di amministrazione e partecipa alle riunioni del consiglio dei governatori.
Il Consiglio dei governatori ed il Consiglio di amministrazione decidono “di comune accordo” , a maggioranza qualificata o a maggioranza semplice. In particolare, il Consiglio dei governatori delibera all’unanimità su questioni di particolare rilevanza relative alla concessione dell’assistenza finanziaria, alle capacità di prestito del MES ed alle variazioni della gamma degli strumenti utilizzabili.
In base all’articolo 4, paragrafo 4, del Trattato nei casi in cui la Commissione europea e la BCE concludano che la mancata adozione di una decisione urgente circa la concessione o l’attuazione di un’assistenza finanziaria minacci la sostenibilità economica e finanziaria della zona euro, si ricorre a una procedura di votazione d’urgenza, nell’ambito della quale è sufficiente unamaggioranza qualificata pari all’85% dei voti espressi.
Secondo quanto previsto dall’art. 4, comma 7, del Trattato, ciascuno Stato membro ha un numero di diritti di voto pari alla quota di contribuzione al capitale versato. Il comma successivo stabilisce peraltro che, in caso di mancato versamento di parte della quota di contribuzione prevista, lo Stato membro inadempiente non potrà esercitare i propri diritti di voto per tutta la durata dell’inadempimento. I diritti di voto spettanti agli altri Stati membri verranno ricalcolati di conseguenza.
Il MES avrà un capitale sottoscritto totale di 700 miliardi di euro, di cui 80 miliardi di capitale versato dagli Stati membri della zona euro e una combinazione di capitale richiamabile impegnatoe di garanzie degli Stati membri della zona euro per un importo totale di 620 miliardi di euro.
In base all’art. 41, il versamento delle quote da corrispondere in conto del capitale inizialmente sottoscritto da ciascun membro del MES dovrebbe effettuato in cinque rate annuali, ciascuna pari al 20% dell’importo totale. La prima rata è versata da ciascun membro del MES entro quindici giorni dalla data di entrata in vigore del trattato. Le restanti quattro rate sono corrisposte rispettivamente alla prima, seconda, terza e quarta data coincidenti con la data di pagamento della prima rata.
Il MES avrà una capacità effettiva di prestito pari a 500 miliardi di euro, soggetta a verifica periodica almeno ogni cinque anni. L’organismo potrà inoltre finanziarsi attraverso il collocamento di titoli di debito, attraverso la partecipazione del FMI alle operazioni di assistenza finanziaria.
Il Capo 4 del Trattato disciplina gli strumenti e le procedure per la concessione del sostegno del MES. In particolare, l’articolo 12 fissa i princìpi per l’assistenza ribadendo che essa possa essere concessa ove sia indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri e sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto, che possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite.
In base all’art. 13, uno Stato membro del MES può rivolgere una richiesta di assistenza finanziaria al Presidente del Consiglio dei governatori che assegna alla Commissione europea, di concerto con la BCE, il compito di valutare l’esistenza di un rischio per la stabilità finanziariadella zona euro nel suo complesso o dei suoi Stati membri, a meno che la BCE non abbia già presentato un’analisi al riguardo; la sostenibilità del debito pubblico (se opportuno e possibile, tale valutazione dovrà essere effettuata insieme al FMI; le esigenze finanziarie effettive o potenzialidel membro del MES interessato.
Sulla base di tale valutazione, il Consiglio dei governatori può decidere di concedere, in linea di principio, l’assistenza finanziaria affidando alla Commissione europea – di concerto con la BCE e, laddove possibile, insieme all’FMI – il compito di negoziare con il membro del MES interessato, un protocollo d’intesa che precisi le condizioni contenute nel dispositivo di assistenza finanziaria. Il contenuto del protocollo d’intesa riflette la gravità delle carenze da affrontare e lo strumento di assistenza finanziaria scelto.
La Commissione europea firma il protocollo d’intesa in nome e per conto del MES, previa approvazione del Consiglio dei governatori – e monitora di concerto con la BCE e, laddove possibile, insieme al FMI il rispetto delle condizioni cui è subordinato il dispositivo di assistenza finanziaria.
I risultati del monitoraggio sono inseriti in una relazione che la Commissione Europea presenta al Consiglio di amministrazione del MES, sulla base della quale quest’ultimo decide, di comune accordo, il versamento delle rate del prestito successive alla prima.
Il Trattato stabilisce che il Consiglio dei governatori possa decidere di concedere assistenza finanziaria a uno stato-membro del MES:
sotto forma di prestito (art. 15), secondo condizioni contenute in un programma di aggiustamento macroeconomico precisato in dettaglio nel protocollo d’intesa. Al fine di ridurre il rischio di azzardo morale, i tassi di interesse fissati per l’erogazione dei prestiti saranno pari al costo di finanziamento del MES (inclusi i costi operativi), includendovi un margine adeguato (art. 20);
mediante l’acquisto dei titoli emessi sul mercatoprimario da un membro del MES, al fine di ottimizzare l’efficienza in termini di costi dell’assistenza finanziaria, (art. 17);
effettuando operazioni sui mercati secondari in relazione alle obbligazioni di un membro del MES (art. 18);
in via precauzionale sotto forma di linea di credito condizionale precauzionale o sotto forma di una linea di credito soggetto a condizioni rafforzate
ricorrendo a prestiti con l’obiettivo specifico di ricapitalizzare le istituzioni finanziarie di un membro del MES (art. 16)
Il MES, in base all’art. 32 del Trattato, è dotato di piena personalità giuridica e capacità giuridica per acquisire e alienare beni mobili e immobili, stipulare contratti, convenire in giudizio e concludere un accordo e/o i protocolli eventualmente necessari per garantire che il suo status giuridico e i suoi privilegi e le sue immunità siano riconosciuti e che siano efficaci.
Per quanto attiene agli oneri derivanti dalla ratifica del Trattato istitutivo del MES, l’articolo 3 del disegno di legge (A.C. 5359, approvato dal Senato il 12 luglio scorso), non provvede ad esplicitare tali oneri, anche se la relazione tecnica che accompagna il disegno di legge richiama le disposizioni del Trattato per le quali la partecipazione al capitale versato del MES comporterà il pagamento iniziale per l’Italia di cinque rate annuali, ciascuna delle quali è quantificabile in circa 2,866 miliardi di euro -mentre gli importi ulteriori, a chiamata, restano al momento solo eventuali. Il medesimo articolo dispone altresì che per il versamento delle quote suddette, a decorrere dal 2012, vengano autorizzate emissioni di titoli di Stato a medio-lungo termine, il cui ricavo netto in tutto o in parte dovrà finanziare la contribuzione italiana al MES. Le caratteristiche di tali emissioni di titoli di Stato – definite come aggiuntive rispetto a quelle previste dai documenti di finanza pubblica per il triennio 2012-2014 – saranno stabilite con appositi decreti del Ministro dell’economia e delle finanze. Viene altresì specificato che tali importi non sono computati nel limite massimo di emissione di titoli di Stato stabilito dalla legge di approvazione del bilancio, né nel livello massimo del ricorso al mercato stabilito dalla legge di stabilità.
In base all’art. 48 il Trattato istitutivo entrerà in vigore non appena gli Stati membri che rappresentano il 90% degli impegni di capitale lo avranno ratificato. Alla data del 12 luglio 2012 il Trattato istitutivo del MES è stato ratificato (vedi tabella allegata) da 6 Paesi membri (Cipro, Grecia, Francia, Lussemburgo, Portogallo e Slovenia), che rappresentano il 26,55% del capitale; inaltri 9 Paesi (Austria, Belgio, Germania, Spagna, Finlandia, Irlanda, Malta, Paesi Bassi, Slovacchia) si è concluso l’iter di ratifica parlamentare e si è in attesa della firma del Capo dello Stato. L’obiettivo è quello di rendere operativo il MES già nel mese di luglio, in modo da cumularne la capacità di intervento con quella dell’EFSF nella seconda metà del 2012 (con una capacità di prestito combinata pari a 700 miliardi di euro).
Il Consiglio europeo aveva inizialmente chiesto il rapido avvio delle procedure nazionali di approvazione, affinché la modifica potesse entrare in vigore il 1º gennaio 2013 (prima della scadenza dell’attuale meccanismo transitorio di stabilizzazione). Alla luce del perdurare della crisi del debito pubblico di alcuni Stati membri dell’area euro, il Consiglio europeo del 9 dicembre 2011 ha auspicato una accelerazione dell’entrata in vigore della modifica dell’art. 136 e del trattato che istituisce il MES, concordando che quest’ultimo entri in vigore non appena gli Stati membri che rappresentano il 90% degli impegni di capitale lo avranno ratificato.
L’obiettivo è quello di rendere operativo il MES già nel mese di luglio, in modo da cumularne la capacità di intervento con quella dell’EFSF nella seconda metà del 2012 (con una capacità di prestito combinata pari a 700 miliardi di euro).
Non vi impressionate, non è roba complottista. Questa è tutta roba presa dal sito di governo della Camera dei Deputati. E poi diciamo la verità: i veri complottisti sono coloro che fanno i complotti e non coloro che cercano di smascherarli.
In Italia abbiamo una grande esperta di Mes. E’ Lidia Undiemi, studiosa di economia e diritto, autrice di Wall Street Italia. E’ stata la prima nel nostro paese a parlare pubblicamente del fardello che stavamo per accollarci. Ovviamente i suoi moniti sono rimasti inascoltati.
Vi propongo la visione di una sua video intervista fatta da Claudio Messora:
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