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lunedì 6 maggio 2013


La tirannia della maggioranza.

Nonostante Napolitano abbia dichiarato che «non c’è bisogno di alcuna formula speciale per definire questo governo, la natura di questo governo», resta un dato essenziale: questo governo, che sia politico e non più tecnico, è, come il precedente, un Governo del Presidente. Anzi, ancor più del precedente: è il Governo che incarna la sua idea politica delle «larghe intese» e della partitocrazia.
Partitocrazia che è stata costretta, per salvarsi, a rieleggere Napolitano, con un’operazione legale (il testo della Costituzione non vieta la rielezione del Capo dello Stato), ma in contrasto con il senso – o lo “spirito” – che i padri costituenti vollero imprimere ala questione della rieleggibilità. Ricordo soltanto che, in sede di discussione costituente, fu Tosato a suggerire  l’opportunità di limitarsi a stabilire che il Presidente della Repubblica fosse eletto per sette anni, ritenendo «che non sia opportuno escludere la possibilità della rielezione, soprattutto data la situazione politica attuale di penuria di uomini politici, dopo venti anni di carenza di vita politica». Nell’approvazione del testo definitivo, ad ogni modo, Terracini ritenne che, nella formula, fosse implicito il criterio che non potesse essere rieletto, mentre Lami Starnuti propose espressamente di inserire la non rieleggibilità  per «impedire che si apra la via ad una politica a carattere personale del Presidente». Questa forzatura non segna, come qualcuno ha sostenuto, la resurrezione della Prima Repubblica, ma la cristallizzazione della Terza Repubblica voluta, a partire dalla nomina di Monti a Presidente del Consiglio, da Re Giorgio.
Eppure, qualcosa è nel frattempo accaduto, tra un Governo del Presidente e l’altro. Le elezioni hanno sancito l’emergere di una forza politica nuova cherappresenta – comunque la si voglia giudicare – almeno un terzo del popolo italiano, con i suoi otto milioni di voti. Qualsiasi sistema democratico – se non vuole finire in quella «tirannia della maggioranza» di cui già parlavaToqueville – deve consentire alle minoranze, alle opposizioni, adeguati margini di movimento. La lezione di Toqueville non può essere dimenticata: «Io  considero  empia  e  detestabile  questa massima: che in materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto di far tutto».
L’opposizione parlamentare è ciò che realizza quel meccanismo di check and balance nei confronti della maggioranza che è essenziale al funzionamento della democrazia. Ed è per questo che la Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto (CEDD) ha insistito, a proposito del ruolo dell’opposizione in un parlamento democratico, sulla necessità di garantire una serie di diritti,political minority rights.
Nel nostro sistema politico, la prassi è sempre stata quella di attribuire la Presidenza delle commissioni del Copasir e della Vigilanza Rai alle forze d’opposizione. Come è noto, i partiti hanno “bloccato” il funzionamento del Parlamento, impedendo la formazione delle commissioni permanenti, proprio invocando la necessità di una previa definizione dei rapporti tra maggioranza e minoranza all’interno dell’Assemblea. Ora, tuttavia, che il Governo si è formato, e che esso è espressione della maggioranza parlamentare Pd-Pdl-Scelta Civica, si rischia di vedere attribuite quelle commissioni ad una minoranza artificiale: non il M5S, ma Lega e Sel (rimaste formalmente fuori dal Governo, ma forze politiche facenti parte delle coalizioni Pd e Pdl). Questa minoranza costruita artificialmente è funzionale a realizzare un’operazione politica di blocco di una opposizione che rappresenta 1/3 del popolo italiano.
Una conventio ad excludendum, in altri termini, che ripropone non tanto quella che valse per il Partito Comunista, quanto quella che funzionò contro i «fascisti» del M.S.I., fuori da quello che allora si definì come «arco costituzionale». È in atto, cioè, un tentativo di escludere il M5S non tanto dal Governo, ma dall’arco costituzionale, come se esso rappresentasse una forza eversiva, anticostituzionale ed antidemocratica.
Il discorso di Napolitano per l’insediamento, del resto, è stato chiaro: non un discorso super partes, di garanzia, ma un discorso politico – tipico non del Capo dello Stato, quanto piuttosto di un Capo di Governo – che si è rivolto esplicitamente contro il M5S. Una sorta di preludio ad una convenzione politica che escluda il MoVimento da ogni possibilità di reale partecipazione ai lavori del Parlamento.
Il MoVimento deve reagire con decisione, ma evitando di cadere nella trappola della violenza. La violenza è nella natura di una situazione sociale destinata a diventare  sempre più esplosiva a causa di una crisi economica che sta portando l’intero paese al collasso. Ma il M5S dovrà continuare nella linea che ha sinora seguito: la linea democratica, della lotta politica all’interno delle istituzioni.

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