Letta, mamma Europa e la cinica religione dei super-ricchi
Stati ridotti a colonie, senza più sovranità finanziaria, messi alla frusta dal puro autolesionismo dell’austerity, ferocemente inutile, targato Bruxelles. Eppure, nonostante lo sfascio conclamato della politica europea, Enrico Letta ribadisce la propria fede nell’atroce Unione: «Penso che il 90% del nostro lavoro e dell’efficacia del nostro lavoro, se ci riusciremo, è legato alle scelte europee». E poi: «O è l’Europa nel suo complesso che riesce a farsi accettare non come matrigna ma come madre affettuosa, che aiuta e riesce a mettere in campo iniziative concrete viste dai cittadini come un sostegno, o viene a cadere tutto quello che abbiamo costruito in questi anni». Paolo Bartolini cita Guy Debord (“il vero è ormai diventato un momento del falso”) per comprendere «il livello di ipocrisia a cui è giunta la classe dirigente del nostro paese», che rifiuta di ammettere la verità anche di fronte al disastro sociale più clamoroso, senza precedenti dal dopoguerra.
In poche righe, scrive Bartolini su “Megachip”, Letta ammette che il 90% delle politiche nazionali viene ormai decisa unilateralmente dall’Unione
Europea e dalle sue istituzioni antidemocratiche: «Voi avete mai eletto qualcuno di questi signori che decidono della vita di milioni di europei?». E poi si raccomanda che l’Ue sia mamma amorevole e nutrice fidata per tutti noi. «Ma questo inciucio vergognoso tra Pd e Pdl, avviato con l’alto patrocinio della presidenza della Repubblica, non serve forse a mantenerci con la forza dentro i parametri di un’Europa asservita alla finanza? Non si è salvato il soldatoBerlusconi pur di garantire una fedeltà assoluta alla matrigna?». Aggiunge Bartolini: «Bisognerebbe spiegare a lorsignori che non di una mamma abbiamo bisogno, perché non siamo più bambini, ma di una rappresentanza politica capace di dire la verità, o quantomeno di riconoscere la brutale realtà, che a mio avviso è la seguente: se non si modificano i trattati e non cambia la struttura dell’Ue siamo destinati tutti all’impoverimento e alla disgregazione sociale. E non c’è mamma che tenga».
Bruxelles e il rigore, ovvero: l’ideologia bugiarda dei super-ricchi. Lo sostiene il Premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, dalle pagine di “Repubblica”. «La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità», dice Krugman in un intervento ripreso da “Keynes Blog”. Non solo soltanto le cifre della catastrofe economica a smentire i professori del rigore, ma gli stessi economisti democratici. Conti alla mano, i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale – quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva”, e quelli di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del 90% del rapporto fra debito e Pil – sono stati ferocemente criticati già all’indomani della loro
pubblicazione. Eppure, «la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché?».
La risposta, scrive Krugman, è sicuramente da ricercare in parte «nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze». Ossia: «Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo». Peccato sia vero esattamente il contrario: «Se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco». Ma è tutto inutile: l’élite al potere – che domina l’Unione Europea – non ne ha ancora preso atto, e la loro propaganda – i tagli al bilancio, l’amputazione “virtuosa” della spesa pubblica – resiste persino all’evidenza della catastrofe. «Molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente».
Secondo Paolo Barnard, non si tratta di “convinzione” o di “errori”, ma di un vero e proprio piano egemonico concepito e attuato dalla destra economica statunitense a partire dal memorandum di Lewis Powell dell’inizio degli anni ’70: tagliare lo Stato democratico come “pericoloso” distributore di ricchezza diffusa, inoculare il virus della fobia dell’inflazione, del rigore come virtù. Risultato: colonizzazione dei media e occupazione militare delle università, con la messa al bando di Marx e Keynes, per l’affermazione del pensiero unico neoclassico (lo Stato è inutile), divenuto neoliberista con la finanziariazzione dell’economia grazie al possente contributo di think-tanks, super-lobby mondiali e gruppi di pressione come quelli che nell’Europa franco-tedesca dettano trattati e leggi ad esclusivo beneficio delle grandi multinazionali e dei colossi finanziari, dopo aver smantellato la sinistra in tutto il continente, infiltrando partiti e neutralizzando i sindacati. Il debito pubblico come problema, non come motore fisiologico dell’economia
democratica: da Monti a Letta, la musica non cambia. E l’arbitro resta Bruxelles, per cui nessun cittadino ha mai votato.
In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? Negli Usa, spiega Krugman, i ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza, mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata. In Europa, la situazione è speculare: «Il programma dell’austerity rispecchia da vicino la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco 1% cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare». E’ il capolavoro del super-potere: aver fatto credere, come predicava Margaret Thatcher, che “non c’è alternativa”. «Gli interessi dei ricchi – si domanda Krugman – sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un’economia prospera è un bene per tutti». Al contrario, «da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi». Ma, a ben vedere, «i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione». Il dramma è che l’ideologia non si arrende, neppure tra gli oligarchi dell’Italia disastrata dalla recessione. Per Krugman, niente di buono all’orizzonte: «Ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere, pur di dare una giustificazione al cinismo».
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