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mercoledì 15 maggio 2013

SOSTENERE LA MODERN MONEY THEORY MMT



PERCHE’ IL MOVIMENTO 5 STELLE DI BEPPE GRILLO DOVREBBE SOSTENERE LA MODERN MONEY THEORY MMT


Premessa:
Dopo il primo turno delle elezioni amministrative, il Movimento 5 Stelle fondato da Beppe Grillo è diventato  il primo partito italiano, un risultato clamoroso che stravolge tutti gli equilibri consolidati che si erano creati all’interno del monolitico assetto dei partiti tradizionali. I partiti principali del regime attuale (PD, PDL, Terzo Polo) dovranno per forza di cose avviare un dialogo con il Movimento 5 Stelle, se vorranno avere una qualche speranza di governare. Tuttavia anche la galassia di piccoli movimenti e partiti che si muovono al di fuori del parlamento dovrà guardare al Movimento 5 Stelle come ad un punto di riferimento essenziale, sperando che un giorno possa diventare un collettore di tutte le istanze di cambiamento che si agitano dal basso e vengono costantemente ignorate dai partiti maggiori (motivo questo che alla lunga ne decreterà la lenta ma inesorabile scomparsa).
 Sappiamo già che da qualche mese a questa parte una delle più urgenti questioni che per ovvie ragioni scalda il dibattito interno e l’opinione pubblica (soprattutto sui canali nonmainstream e non asserviti al potere dominante) è la possibilità di sopravvivenza dell’eurozona e della moneta unica, visto che con la perdurante crisi finanziaria sono affiorate miseramente tutte le debolezze e i limiti di un’unione monetaria europea che è internamente e intrinsecamente squilibrata da tutti i punti di vista: economico, finanziario, amministrativo, politico, sociale, culturale. Non mi dilungo sui motivi che avrebbero dovuto impedire l’introduzione di una moneta unica in Europa, dato che questa regione non è un’area valutaria ottimale, ma mi piacerebbe mettere a fuoco le ragioni per cui il Movimento 5 Stelle continua a tergiversare nella fase del tentennamento ed evita di sostenere con maggiore convinzione le tesi che riguardano un’eventuale uscita dell’Italia dall’euro e il ritorno alla sovranità monetaria, più che mai viva nel paese nonostante le reticenze e il silenzio dei canali ufficiali di informazione.

La propaganda di regime (non c’è altro modo di definirla visto che con diverse sfumature e obiettivi tutta la stampa e le televisioni nazionali insistono sulla linea del pensiero unico neoliberista, dando poco o nessun risalto agli altri modelli macroeconomici che potrebbero avere successo in questo preciso periodo storico, primo fra tutti quello keynesiano) si sta impegnando per mostrare agli italiani i costi collegati ad una possibile uscita dell’Italia dall’euro, presentandola spesso come un’eventualità tanto remota quanto assurda, impraticabile e distruttiva nei fatti. Nessuno degli opinionisti prezzolati ricorda però agli stessi italiani i costi che tutta la cittadinanza ha dovuto e deve ancora sopportare per continuare a stare in un’unione monetaria sbagliata, cominciando con l’aumento degli interessi sul debito pubblico per finire con il collasso della competitività e del tessuto produttivo nazionale. Ancora meno sono quei giornalisti o accademici di vario grado che sottolineano i benefici che una nazione come l’Italia, che a parte le massicce importazioni di petrolio risulta ancora abbastanza autosufficiente in tutti gli altri settori economici, potrebbe recuperare in fretta con il ritorno alla sovranità monetaria, la ridefinizione di una politica economica di ampio respiro e il rilancio delle esportazioni sostenute dai normali cicli di svalutazione della moneta.


Tuttavia, malgrado il suo originario carattere di rottura, il Movimento 5 Stelle mostra ancora parecchia timidezza riguardo a questi temi e il sospetto che la sua roboante apparizione nel panorama politico italiano sia stata manovrata ad arte da dietro le quinte per canalizzare il dissenso e assopire la protesta, comincia a farsi ogni giorno sempre più concreto. Perché il Movimento 5 Stelle, in nome della sua naturale vocazione anti-sistema, non ha ancora preso una posizione definitiva contro lo strumento monetario, l’euro, su cui si basa la strategia di dominio finanziario e di repressione delle masse lavoratrici dell’attuale sistema? Possibile che con tutti i centri studi, i convegni, i comizi, le riunioni, le ammirevoli competenze reclutate, gli attivisti del Movimento 5 Stelle non abbiano ancora capito che i politici sono soltanto la punta dell’iceberg, mentre la vera causa del disastro italiano risiede nell’inarrestabile cessione di sovranità politica, economica, monetaria iniziata a partire dal 1979, con l’ingresso dello SME? Sono ciechi, sono sordi, sono stupidi o cosa altro? Essendo degli abituali frequentatori della rete, i ragazzi avranno sicuramente letto le decine e le migliaia di pagine di denuncia, più o meno circostanziate, in cui viene sviscerato l’attuale ferale connubio fra finanza, politica e informazione che sta alla base del disegno eversivo e antidemocratico dell’eurozona. Eppure, nonostante ciò, nulla si muove nel quartier generale del Movimento 5 Stelle. Piste ciclabili, energie rinnovabili, attacchi alla casta, Rigor Montis, Tremorti, PDL e PDmenoelle, ma sull’euro poco o nulla.


Certo, l’argomento è spinoso e complesso, ma in tutti gli altri paesi europei sono nati movimenti analoghi a quello di Grillo se non maggiori per seguito e diffusione, che sull’euro e l’eurozona hanno le idee molto più chiare. Mentre Grillo sembra o fa finta di non capire quali siano gli effetti nefasti sull’economia di un paese derivanti dall’adozione di una moneta sbagliata a tasso di cambio fisso, dalla mancanza di una banca centrale, dallacircolazione libera dei capitali privati e dell’assenza di sostegni finanziari pubblici per compensare gli squilibri macroeconomici che si sono puntualmente creati all’interno dell’area euro. Eppure, ripeto, non dovrebbe essere difficile comprendere che adottando una moneta unica privatizzata dalla BCE, lo stato non potrà più agire sulla svalutazione esterna della moneta per recuperare competitività con l’estero, ma sarà costretto a premere l’acceleratore sulla svalutazione interna dei salari per rendere più abbordabili i prezzi dei prodotti nazionali.


Non credo che gli ingegneri, gli economisti, gli umanisti, gli studenti, i semplici attivisti del Movimento 5 Stelle non siano in grado di capire questo semplice passaggio. La Casaleggio Associati, la società che cura il marketing e la strategia politica del Movimento 5 Stelle, dovrebbe avere già messo in conto che la reiterata reticenza sulla questione monetaria e sulle cause profonde dell’attuale crisi finanziaria (che non si può curare con qualche leggina sulle transazioni finanziarie, sui derivati o sulle operazioni allo scoperto) creerà alla lunga disaffezione da parte dell’elettorato consolidato (il quale non è immune dalla catastrofe incombente) e diffidenza dei curiosi che intendono avvicinarsi alle ragioni del movimento. Il risultato più prevedibile è che continuando su questa strada il Movimento 5 Stelle finirà per diventare funzionale e parte integrante del sistema a cui tutti bene o male vorremmo dare una spallata. La petulante tiritera sul fatto che noi siamo lo stato, lo stato ci appartiene, ipolitici sono nostri dipendenti dovrebbe essere estesa anche alla moneta, che per ovvia deduzione deve essere dello stato e dei cittadini, per dare un senso a tutti i bei discorsi sui beni comuni e conferire concreta razionalità, fattibilità e stabilità al disastrato scenario economico e politico nazionale che giustamente si vuole riformare. Senza questa necessaria premessa, ogni denuncia è destinata a cadere nel vuoto. A rimbombare nel nulla, perchè se il cittadino ha l'acqua pubblica ma non ha più i soldi per pagare le tasse, allora prima o dopo, anche lo stato non potrà più riparare gli acquedotti e sarà costretto a privatizzare. Prospettiva abbastanza verosimile, a cui si può porre rimedio solamente ridando alla stato la capacità di creare e di spendere la sua moneta.

Preso atto di questo semplice e lineare sillogismo, è molto probabile che se nel prossimi giorni (non più mesi o anni, perchè il cronometro della storia è già partito da un pezzo) il Movimento 5 Stelle comincerà a prendere di petto con maggiore determinazione tutti gli argomenti che riguardano l’uscita dall’euro e il ritorno alla sovranità monetaria, potrà recuperare un’altra bella fetta di consenso fra gli indecisi (compreso il sottoscritto) ed evitare di ballonzolare nel limbo dell’inconcludenza, della superficialità e dell’approssimazione, che è il male che ha decretato e decreterà la fine della classe dirigente attuale. E’ chiaro che ricominciare a gestire la propria moneta di stato comporta una maggiore responsabilizzazione a tutti livelli dell’amministrazione pubblica, perché le delicate questioni che riguardano la corretta misura e la giusta quantità di moneta da emettere e da utilizzare nelle varie alternative di spesa pubblica, richiedono precisione chirurgica e competenza professionale di primissimo ordine.

Ma questa è la sfida più importante e decisiva che deve affrontare ogni nascente forza politica che intende avere in prospettiva un ruolo di guida del paese, rinunciando alla deprecabile strafottenza di delegare ad altri la gestione degli affari interni e usando poi questo comodo alibi per nascondere la propria incapacità di governare efficacemente la nazione (il cosiddetto “vincolo” esterno dell’Unione Europea, tramite il quale i partititi istituzionali hanno traferito alla schizofrenia della finanza e dei mercati, magistralmente foraggiati dalla banca centrale BCE, ciò che un tempo era una prerogativa imprescindibile dei governi nazionali, lasciando infine al parlamento l’unico insignificante compito di ratificare direttive imposte da Bruxelles e far quadrare i conti).

Ma per capire i motivi per cui il Movimento 5 Stelle dovrebbe appoggiare incondizionatamente scuole di pensiero economiche come la Modern Money Theory MMT e altre correnti affini di stampo keynesiano, che sostengono un maggiore intervento dello stato in economia per stabilizzare i flussi finanziari altrimenti incastrati nelle logiche speculative di breve periodo degli investitori finanziari, partiamo innanzitutto dai limiti e dairischi che sono connessi con l’impostazione pubblica della creazione e della gestione della moneta, analizzando un articolo pubblicato sul blog Voci dall’Estero in cui l’economista Sergio Cesaratto muove delle critiche costruttive alla scuola americana sul versante dell’instabilità di cambio della moneta e del regime degli interessi che potrebbero sorgere in una nazione organizzata secondo il modello MMT. Vediamo e commentiamo alcuni stralci dell’articolo.        

“L'assenza di una vera banca centrale Europea che garantisca la liquidità dei debiti sovrani Europei ha aggravato la crisi (anche se non ne è stata la causa), portando a una salita vertiginosa degli spreads sovrani. Come conseguenza del comportamento carente della BCE, secondo De Grauwe (2011: 8-10), il debito pubblico della periferia è passato da un basso ad un elevato livello di rischio, trasformando, a suo dire, una crisi di liquidità in una crisi di solvibilità. Questo non è del tutto corretto, poiché sin dall'inizio i problemi della periferia Europea sono apparsi come problemi di solvibilità, non solo di liquidità, e in effetti sono emersi quando la liquidità era abbondante e gli spreads sovrani ancora bassi. Secondo Wray e i suoi compagni MMT questa abbondanza ha solo ritardato il redde rationem (la resa dei conti…della carente costituzione monetaria dell'Eurozona (EZ), visto che essi attribuiscono una rilevanza quasi esclusiva, nella spiegazione della crisi finanziaria Europea, allarinuncia ad una banca centrale nazionale sovrana.

In breve, Wray sostiene che, fintanto che un paese mantiene una moneta sovrana, cioè mantiene il privilegio di effettuare i pagamenti mediante l'emissione della propria moneta e non promette di riscattare il debito a un qualsiasi tasso di cambio fisso, o peggio, in valuta estera, allora non può andare in default, e la nazionalità dei titolari del debito è irrilevante:


"La variabile importante per loro [Reinhart e Rogoff 2009] è chi detiene il debito sovrano - se creditori interni o esteri - e il potere relativo di questi elettorati si suppone che sia un fattore importante nella decisione del governo di dichiarare default (...). Ciò sarebbe anche legato al fatto che il paese sia un importatore o unesportatore netto. Noi crediamo che sia più utile classificare il debito pubblico in base alla valuta in cui è denominato, e in base al regime di cambio adottato. ... noi crediamo che il "debito sovrano" emesso da un paese che abbia adottato un tasso di cambio fluttuante, in valuta non convertibile (nessuna promessa di convertire in oro o in una valuta estera a cui sia ancorato il cambio), non corra il rischio di insolvenza. E questa la chiamiamo moneta sovrana, emessa da un governo sovrano. Un governo sovrano serve il suo debito – che sia detenuto da stranieri o all'interno del paese – e lo fa esattamente in questo modo: accreditando i conti bancari. ... [È infatti] irrilevante per le questioni di solvibilità e dei tassi di interesse se ci sono acquirenti per i titoli di Stato e se le obbligazioni sono di proprietà di cittadini nazionali o di stranieri "(Nersisyan e Wray 2010: 12-14)..


Benché sia certamente corretto sostenere che quando un
 tasso di cambio fisso porta ad un deficit delle partite correnti (CA) un paese è esposto ad "arresti improvvisi" nei flussi di capitali, e il tasso di interesse più elevato necessario ad evitare la fuga dei capitali e a mantenere la parità potrà peggiorare gli squilibri interni ed esteri, Wray sembra avere una visione diversa: per lui gli squilibri delle partite correnti sono irrilevanti:


"Un paese può mantenere un deficit delle partite correnti fino a quando il resto del mondo è disposto ad accumulare i suoi certificati di debito. Il surplus nel conto finanziario del paese "bilancia" il deficit delle partite correnti .... Possiamo anche vedere il disavanzo delle partite correnti come la risultante del desiderio del resto del mondo di accumulare risparmio netto sotto forma di crediti nei confronti del paese ".


Cioè, ogni paese con una valuta pienamente sovrana e nessuna promessa di convertibilità ad un tasso di cambio prefissato può confidare su un credito estero illimitato. Ma per la maggior parte dei paesi, la mancanza di una promessa di convertibilità ad un tasso di cambio dato rappresenta proprio il caso in cui non sarà possibile ottenere credito estero (a buon mercato). Infatti, è proprio con la promessa di una convertibilità alla-pari che ipaesi periferici sono in grado di finanziare a basso costo i loro disavanzi delle partite correnti. Questo, naturalmente, crea spesso problemi futuri, ma certamente un tasso di cambio fluttuante scoraggerebbe i prestiti esteri a buon mercato. Si può anche dire che una politica del tasso di cambio competitivo (reale) è proprio ciò di cui i paesi periferici hanno bisogno, posizione largamente condivisa dagli economisti dello sviluppo al giorno d'oggi, non da ultimo perché non favorisce una crescita fittizia guidata dai prestiti esteri.”


Come abbiamo detto più volte e come sottolineato dallo stesso Cesaratto, la possibilità di avere persistenti deficit delle partite correnti con l’estero (sia denominato in valuta nazionale che in valuta estera) è uno dei maggiori limiti delle monete sovrane, che alla lunga potrebbe portare ad instabilità di cambio e ad un’eccessiva svalutazione della moneta stessa, con la quale non sarebbe più possibile o lo sarebbe a prezzi elevatissimi importare prodotti dall’estero. Tuttavia il fine principale di una partecipazione più attiva dello stato in economiadovrebbe essere proprio quello di incentivare tutto ciò che si può produrre in casa, limitando le importazioni ai prodotti e alle materie prime che in patria non è possibile o conveniente produrre o estrarre. Come abbiamo visto con le esperienze del recente passato, come il dirigismo francese del dopoguerra, lo stato non solo dovrebbe monitorare costantemente la bilancia commerciale con l’estero ma dovrebbe avere un’agenzia operante sul territorio capace di analizzare con precisione quali sono le principali abitudini di domanda e di consumo di prodotti esteri dei propri cittadini e indirizzare con finanziamenti e agevolazioni mirate lo sviluppo di professionalità capaci di produrre entro i propri confini quel tipo di beni e servizi. Quale dovrebbe essere altrimenti lo scopo della presenza ingombrante dello stato nell’economia?


E’ ovvio che fare questi discorsi in un periodo in cui vige il dogma del neoliberismo sfrenato, della globalizzazione selvaggia degli scambi di capitali e merci e la regola divina (dimostratasi inefficace e catastrofica nella realtà) di demandare tutto (ma proprio tutto, compresi i diritti umani) alle decisioni insindacabili dei mercati riducendo lo stato a semplice intermediario passivo di carattere burocratico e amministrativo, possa risultareun’eresia bella e buona, capace di scatenare l’ira di tutti i propagandisti di regime allineati al pensiero unico. Ma è bene sottolineare che l’impronta dirigista dello stato sovrano in economia non dovrebbe essere intesa nell’ottica di aprire guerre commerciali con l’estero o di ripristinare politiche protezionistiche o barriere doganali, quanto nella pretesa legittima di razionalizzare gli scambi in modo da minimizzare al massimo i flussi superflui di beni e servizi. Cosa a cui dovrebbero mostrarsi molto sensibili tutti gli attivisti del Movimento 5 Stelle, dato che lo stesso Beppe Grillo ha denunciato più volte con il solito sarcasmo l’assurdità di trasportare una bottiglia d’acqua minerale dalla Francia all’Italia o viceversa dall’Italia alla Francia, quando questi paesi potrebbero tranquillamente dissetarsi bevendo la propria acqua, con minori consumi di carburante ed emissioni inquinanti nell’ambiente. Fra l’altro nello stesso programma del Movimento 5 Stelle sono riportati i seguenti due punti:


-  Impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno.                

  
Favorire le produzioni locali.


 Beppe Grillo dovrebbe specificare innanzitutto a quale entità spetterebbe il compito di prendersi cura e portare avanti questi progetti. Lo stato? Il libero mercato? La politica? I comuni cittadini tramite il passaparola? E’ chiaro che senza un’impostazione dirigista e assistenzialista nessuna produzione locale potrebbe alla lunga competere con analoghe produzioni estere, senza prevedere progressive riduzioni di salario dei lavoratori per tenere il passo con i prezzi artificialmente bassi di paesi dove i lavoratori vengono brutalmente sfruttati fino allo schiavismo legalizzato. Senza il pieno controllo della politica economica e monetaria, che consente allo stato di non avere vincoli sulla spesa pubblica per potere finanziare le proprie aziende nazionali e consentire un abbattimento della pressione fiscale, è chiaro che tutto il sistema della piccola e media azienda è destinato a sparire o ad essere inglobato dai grandi gruppi multinazionali. Quindi lo stato dovrebbe avere un ruolo centrale nella strategia economica del Movimento 5 Stelle, o almeno così pare.

Fra l’altro non sono ancora chiari quali fondi vorrebbe utilizzare Grillo per finanziare le industrie alimentari e manifatturiere locali, senza rimettere in discussione l’anomalo modo in cui gli stati dell’eurozona sono costretti a recuperare a debito capitali nei mercati finanziari internazionali: vuole continuare ad indebitarsi collocando titoli di stato? Vuole aumentare le tasse per limare i risparmi degli italiani? Anche qui la soluzione più logica e immediata del ritorno alla sovranità monetaria e ad una maggiore autonomia di spesa dello stato dovrebbe essere la strada preferenziale da percorrere per tutti i sostenitori del Movimento 5 Stelle, che altrimenti rimarrebbero incastrati negli stessi errori che hanno portato all’attuale distruzione del tessuto produttivo italiano, causati principalmente dalla cessione della sovranità monetaria alla BCE e dall’impossibilità di ricorrere alla svalutazione naturale della moneta per fronteggiare crisi di competitività con l’estero.
Quindi fra il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e la teoria economica MMT fino ad adesso abbiamo trovato molti più punti di contatto che di scontro. Se entriamo nello specifico del caso italiano, sappiamo che la bilancia commerciale che misura gli scambi di beni e servizi con l’estero è pressoché in pareggio (a febbraio il passivo era di soli 1113 milioni di euro, guarda grafico sotto, dove vengono confrontate le bilance commerciali di Italia e Spagna), mentre il saldo negativo delle nostre partite correnti è dovuto principalmente all’aumento degli interessi sul capitale e dei profitti che dobbiamo corrispondere agli investitori stranieri. Il debito estero quindi serve in primo luogo a coprire passività finanziarie pubbliche (i titoli di stato) e private che l’Italia ha contratto in questi ultimi anni con le controparti straniere, mentre nulla è dovuto per finanziare eventuali squilibri della bilancia commerciale. Da questo punto di vista siamo in una botte di ferro e anche qui, il definitivo ritorno alla sovranità monetaria e il pieno controllo del regime di interessi applicato sui titoli di stato, accompagnato da una necessaria rinegoziazione del debito pregresso, dovrebbero essere le soluzioni più convincenti per risolvere gran parte dei nostri guai.

Nel giro di pochi anni potremmo riportare il saldo complessivo delle partite correnti (bilancia commerciale più i redditi da capitale e da lavoro) in pareggio, perché i maggiori costi per interessi sui titoli di stato pagati per fronteggiare un eventuale aumento dell’inflazione (non certo ed automatico, perché non c’è nessuna correlazione diretta fra svalutazione ed inflazione) verrebbero compensati dal miglioramento previsto delle esportazioni collegate all’iniziale svalutazione della moneta, in un circolo virtuoso che finirebbe poi per ridurre sia l’inflazione che la svalutazione. Il problema giustamente evidenziato da Cesaratto, qui da noi in Italia, non dovrebbe quindi manifestarsi, fermo restando il fatto però che il problema esiste e rappresenta una minaccia costante per tutti quei paesi sovrani che presentano deficit persistenti nelle partite correnti con l’estero e un tasso di indebitamento estero crescente.


Malgrado Wray non abbia mai detto che un governo sovrano ha un credito estero illimitato (ha posto invece un limite nella possibilità di coprire il debito estero con il debito pubblico fino a quando il mondo è disposto a detenere titoli di credito nazionali: un’evidenza logica più che una congettura), il pericolo non è soltanto il debito estero denominato in valuta straniera di cui lo stato non avrà mai alcun controllo e potrà rimarginare soltanto alzando i tassi di interessi per assicurare l’arrivo di nuovi capitali stranieri e la copertura del debito cumulato, senza risolvere alla radice l’origine del problema. Ma risulta problematica anche quella parte di debito estero denominato in valuta nazionale che per quanto sempre rimborsabile (basta un semplice clic di un computer della banca centrale) alla lunga potrebbe portare ad un’eccessiva svalutazione della moneta sovrana, dato che gli investitori potrebbero un giorno rinunciare al rinnovo dei titoli di debito nazionale in loro possesso e richiedere il rimborso immediato, portando poi al cambio l’importo di moneta ricevuta e degradandone in breve tempo il valore sul mercato dei cambi valutari.

A questo punto bisognerebbe immaginare due scenari possibili: 1) la svalutazione migliora le esportazioniriequilibrando le partite correnti prima in deficit ed apprezzando nuovamente la moneta 2) la svalutazione non migliora le esportazioni perché non esiste più domanda dei prodotti nazionali all’estero o la capacità produttiva della nazione è a regime (piena occupazione, completo sfruttamento dell’innovazione tecnologica disponibile). In questa seconda ipotesi i problemi del paese cha adotta una moneta sovrana in regime di cambio flessibile comincerebbero a diventare seri, perché le importazioni potrebbero avvenire a prezzi sempre più alti fino ad arrivare al limite in cui non si troverà più nessuno disposto a vendere i suoi prodotti prezzati in valuta nazionale senza la garanzia di un cambio fisso con una moneta straniera più stabile. Questo è un rischio che esiste ed è concreto soprattutto per i paesi emergenti e in via di sviluppo, mentre risulta molto minore per i paesi più sviluppati (come l’Italia) che possono ancora contare su un‘ampia capacità produttiva non sfruttata e su una notevole diversificazione della propria offerta di beni e servizi, da piazzare all’estero.

Ma questo è anche il nodo principale di tutta la questione, che dovrebbe essere compreso appieno da tutti coloro che invocano con eccessiva superficialità il ritorno alla sovranità monetaria come soluzione ad ogni male e problema del mondo. Non è proprio così e non sarà mai così, perchè la moneta non è un fine ma un mezzo di scambio e come qualunque strumento, la sua efficacia dipende dall’utilizzo. In altre parole, la moneta non può mai sostituirsi da sola alle inefficienze di un’economia o alla mancanza cronica di materie prime: se un paese è povero di risorse umane e materiali, non potrà mai arricchirsi stampando moneta. Nessuno stato gode di credito illimitato da parte del resto del mondo (tranne gli Stati Uniti che stanno però cominciando a pagare oggi questo loro eccesso di presunzione) e non si può vivere all’infinito al di sopra delle proprie possibilità puntando sulle caleidoscopiche magie del debito o sulle capacità taumaturgiche della moneta. Da che mondo e mondo, le cose funzionano diversamente e il brusco risveglio seguito alla crisi finanziaria ci ha finalmente costretto a riaprire gli occhi su questa realtà.

Tuttavia un paese guidato da una classe dirigente illuminata potrà utilizzare la sua moneta sovrana, stampata dal nulla senza necessità di indebitarsi con nessuno, per ridurre e rendere meno gravi e dispendiose le inefficienze strutturali di una nazione, sfruttando in modo completo, sostenibile e razionale tutte le risorse messe a disposizione dal territorio e dalla propria forza lavoro. E ritorniamo così al Movimento 5 Stelle, i cui giovani attivisti si presentano spesso agli elettori come i pionieri di una nuova classe dirigente illuminata in Italia. Questi ragazzi spesso molto qualificati e titolati si sentono davvero così illuminati da prendersi in mano la gestione di una moneta sovrana? Si sentono davvero così razionali e capaci da ristrutturare un’economia fatta a pezzi dall’irrazionalità e incompetenza dalla precedente classe dirigente? Si sentono davvero così responsabili da colmare il vuoto di responsabilità lasciato dai loro inqualificabili predecessori?

Se i ragazzi non si sentono pronti per affrontare queste importanti e decisive sfide per l’Italia, è meglio che continuino a coltivarsi bene la loro nicchia di architetti di piste ciclabili e ingegneri di celle fotovoltaiche, perché il loro contributo al riscatto di questo paese sarà sempre limitato, parziale e provvisorio, dato che oggi il problema principale dell’Italia da cui dipende la sorte di noi tutti è la questione monetaria, l’euro, laraccapricciante costruzione dell’eurozona da cui presto o tardi, in mancanza di stravolgimenti epocali nei trattati di funzionamento dell’Unione Europea, tutti i paesi saranno costretti ad uscire. Quindi un giorno o l’altro, volente o nolente, il Movimento 5 Stelle dovrà pronunciarsi con nettezza su tali questioni e decidere quale sarà il suo collocamento ideale nello scacchiere: la sovranità monetaria e un approccio economico di tipo MMT, che comporta un aggravio di responsabilità e applicazione, oppure la riproposizione di un altro pastrocchio monetario simile a quello attuale, che sicuramente nel breve periodo consentirà una maggiore spensieratezza spostando in avanti il momento della verità, ma con cui bisognerà prima o dopo fare i conti, raccogliendo i cocci dell’ennesimo fallimento e ripercorrendo le tappe del disastro che ci hanno portato fino a qui.


Se non credono ai moniti di tutti i principali economisti mondiali che da sempre giudicano l’eurozona come un progetto impossibile e irrealizzabile e ricordano la vecchia ma inossidabile regola di “una nazione, una moneta”, gli attivisti del Movimento 5 Stelle dovrebbero chiedersi continuamente e consultarsi insieme sui modi in cui intendono trovare copertura finanziaria ai loro investimenti e ambiziosi progetti: nell’eurozona ne esistono essenzialmente tre, “indebitarsi con i mercati”, “tassare ad oltranza i propri cittadini”, “inseguire la crescita economica tramite l’aumento delle esportazioni”, nel resto del mondo invece ne esiste anche un altro, “stampare moneta” per fini utili, sociali, di interesse collettivo e per rilanciare contemporaneamente sia la domanda e l’offerta interna che un equilibrato e proficuo scambio commerciale con l’estero. Da che parte stanno i grillini? Stanno dalla parte della presidentessa dell’Argentina Cristina Kirchner oppure della cancelliera tedesca Angela Merkel? Credono che la ricchezza di un paese debba principalmente fondarsi sulla domanda e la produzione interna o sostengono pure loro le furibonde guerre commerciali fra gli stati per accaparrarsi fette di mercato internazionale? 

Il momento della verità si sta avvicinando a grandi passi, basta anche solo ascoltare e leggere fra le righe un qualsiasi giornale di regime per capirlo, e rimanere ancora a ballonzolare allegramente nel baratro crogiolandosi con le acrobazie verbali, i motti di spirito e i divertenti attacchi alla casta di Beppe Grillo, non aiuterà di certo ad aumentare la credibilità e la serietà del movimento agli occhi degli indecisi, dei disaffezionati e degli astenutidalla politica. A meno che i ragazzi non vogliano un giorno invecchiare ritrovandosi nella stessa sgradevole posizione di Prodi, D’Alema, Veltroni, Bersani e di tutti gli europeisti italiani, la cui unica strada rimasta per giustificare tutti i loro precedenti errori di valutazione, la leggerezza e la malafede, è quella di perseverare ostinatamente nei loro errori. La strategia di arricchirsi senza fare nulla, lasciando che siano altri, i banchieri, le commissioni europee varie, il bundestag, a prendere le più importanti scelte di politica sociale, economica, monetaria e gravando soltanto sulle spalle dei lavoratori il privilegio di avere una ricchezza denominata in moneta forte, non poteva portare troppo lontano ed è stata inevitabilmente scoperta e messa a nudo. Il Movimento 5 Stelle vuole percorrere la stessa strada? 

Sottolineando ancora una volta come il programma di razionalizzazione degli scambi commerciali internazionali e i progetti di difesa del tessuto produttivo nazionale del Movimento 5 Stelle coincidono punto per punto con tutte le proposte delle innumerevoli correnti economiche distanti dal pensiero unico neoliberista e della Modern Money Theory MMT in particolare, il cui unico obiettivo comune è quello di riportare l’economia al suo naturale ruolo di strumento razionale al servizio dell’uomo, rinnovo la speranza di vedere un giorno il Movimento 5 Stelle percorrere questa stessa strada, facendosi promotore e centro unificante di un vero, rivoluzionario modo di intendere la politica, l’economia, la scienza, e le infinite connessioni che esistono fra queste discipline. 

Concludo riportando la parte finale dell’interessante articolo di Cesaratto, dove viene magistralmente spiegato come un deficit delle partite correnti può essere coperto con il debito pubblico e la moneta fiat soltanto quando la moneta nazionale ha il privilegio di essere una valuta di riserva internazionale, come il dollaro, e non corre il rischio di svalutarsi per un eccesso di cambio, riassumendo poi tutti i necessari ma ormai quasi impraticabili cambiamenti istituzionali che deve affrontare l’eurozona se non vuole sprofondare nell’abisso, nell’anarchia e nella polverizzazione di tutti gli attuali accordi e trattati di unione coatta e insostenibile.     
“Wray (2001) altrove ammette che il dettaglio insignificante che ogni Stato “può incorrere in deficit di bilancio che contribuiscono ad alimentare deficit di partite correnti senza preoccuparsi dell’insolvenza dei conti nazionali o dei conti pubblici” si applica, infatti, solamente agli Stati Uniti: “Esattamente perché il resto del mondo vuole Dollari. Ma di certo questo non può essere vero per ogni paese. Attualmente il Dollaro statunitense è la valuta di riserva a livello internazionale – il che fa degli Stati Uniti un paese speciale. … le due ragioni principali per le quali gli Stati Uniti possono realizzare persistenti deficit di partite correnti sono: a) praticamente tutto il suo debito detenuto all’estero è in Dollari; e b) la domanda estera di asset denominati in Dollari è elevata – per una serie di ragioni.” Il principale motivo sembra essere che gli Stati Uniti emettono la principale valuta di riserva e tu emetti una passività (per così dire, è fiat money) pienamente accettata a livello internazionale anche senza la promessa di convertirla in qualcos’altro. Dunque, ciò che dice Wray, “con una moneta sovrana debito pubblico e deficit di partite correnti non sono un problema”, si applica solo agli Stati Uniti.

Con i tassi di cambio fissi, non è tanto la promessa di riscattare il debito a un tasso di cambio fisso o in valuta estera che crea problemi. Non sarebbe un problema per i paesi in surplus di partite correnti, per esempio. Il problema è che i tassi di cambio fissi portano i paesi della periferia a deficit delle partite correnti, alla paura della svalutazione, di tassi d’interessi insostenibili, di “improvvisi arresti dei flussi di capitali” ecc. Si tenga presente che gli squilibri europei inizialmente sono cresciuti con una BCE che seguiva una politica di bassi tassi d’interesse, che assieme alla liberalizzazione finanziaria e alla fine del rischio di svalutazione, hanno portato alle bolle nella periferia e infine agli squilibri. Questo non significa che il ruolo di una Banca Centrale Sovrana (BCS) non sia rilevante: esattamente l’opposto. Nell’ultimo periodo la BCE avrebbe dovuto e potuto agire per evitare l’aumento dello spread sui titoli, ma non avrebbe potuto evitare la serie precedente di eventi. 

Si potrebbe aggiungere che con la corretta impostazione da un punto di vista istituzionale, l’Eurozona potrebbe essere un perfetto paese in stile USA-MMT. Con il pieno sostegno della BCE gli squilibri finanziari infra-europei sarebbero perfettamente sostenibili per una regione che ha i conti con l’estero in pareggio e che, quel che più conta, emette una valuta internazionale. Il cambiamento istituzionale necessario all’Eurozona per diventare simile agli Stati Uniti include il trasferimento ad un governo federale (per evitare una situazione di moral hazard) di una parte cospicua di debito pubblico assieme a molte funzioni del bilancio statale, mentre gli Stati nazionali funzionerebbero come gli Stati Americani. 

La politica monetaria dovrebbe cooperare con la politica di bilancio per perseguire politiche di piena occupazione e, in subordine, di stabilità dei prezzi. I trasferimenti federali da zone dinamiche verso zone in difficoltà dovrebbero aumentare notevolmente mentre uno standard minimo nei diritti di welfare dovrebbe essere riconosciuto universalmente a tutti i cittadini Europei. Dovrebbero essere incentivati gli investimenti diretti infra-eurozona e la mobilità del lavoro. In realtà i patti fiscali furono già introdotti nei trattati di Maastricht (1992) e Amsterdam (1997), nei quali la periferia Europea si è impegnata nella disciplina di bilancio in cambio della credibilità tedesca in tema di inflazione e di bassi tassi d’interesse. Come l’esperienza successiva ha dimostrato, i problemi non sono stati prodotti da indisciplina fiscale. Parte dei problemi deriva sicuramente da una finanza deregolamentata. A livello Europeo e nazionale, le risorse finanziarie dovrebbero pertanto essere nuovamente regolamentate per sostenere gli investimenti pubblici, sociali e ambientali piuttosto che bolle immobiliari o consumi eccessivi. Banche d’investimento pubbliche o semi-pubbliche dovrebbero essere utilizzate a entrambi i livelli per questo scopo. Sia come sia, nel momento in cui scrivo, questo progetto sembra ancora troppo azzardato per l’Europa reale, un gruppo di Stati indipendenti. In mancanza di una completa unificazione istituzionale, anche una politica monetaria e di bilancio attiva a livello Europeo, in particolare nei paesi in surplus, andrebbe ovviamente nella direzione di una soluzione.”

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