di Michele De Gregorio
L’insurrezione urbana, che colse di sorpresa sia il comando tedesco che i vertici dei partiti antifascisti, non costituì un episodio unico di sollevazione urbana. Nei giorni successivi all’8 Settembre del ’43 si erano verificati focolai di rivolta e resistenza armata contro l’esercito tedesco a Bari, Ischia, Vieste, Benevento, Nola e Barletta. Le Quattro Giornate, come hanno messo in evidenza da diverse angolature i lavori di Giuseppe Capobianco, Gloria Chianese e Gabriella Gribaudi, si inseriscono all’interno del movimento di resistenza al nazifascismo che attraversò tutte le regioni dell’Italia centro-meridionale. Se è vero, come ha sostenuto Gloria Chianese, che queste esplosioni di resistenza scaturivano “in primo luogo come reazione al terrore tedesco” ed erano “strettamente connesse agli eccidi”, non si può tuttavia trascurare il ruolo attivo giocato in esse dai militanti comunisti e socialisti, che conferirono un indirizzo rivoluzionario all’insurrezione di Napoli.
A pochi giorni dall’insurrezione, il 9 novembre, militanti comunisti come Enrico Russo, i fratelli Libero ed Ennio Villone, Antonio Cecchi, Luigi Balzano, Eugenio Mancini, Vincenzo La Rocca e Mario Parlermo, insieme agli azionisti legati alla figura di Dino Gentili, ricostituirono ufficialmente la Confederazione Generale del Lavoro (Cgl rossa) e guidarono la scissione della federazione comunista di Montesanto, portando avanti una battaglia politica antirevisionista dentro il Pci insieme ad altri gruppi comunisti autonomi, come Stella Rossa di Torino, Il Lavoratore di Milano e Bandiera Rossa di Roma.
Giliani ha raccolto e analizzato una pluralità di fonti diverse, dagli archivi italiani a quelli americani, servendosi anche delle testimonianze orali. Con l’abilità di un mastro artigiano ha incrociato e connesso tra loro documenti, giornali dell’epoca, bollettini interni di partito, rapporti di polizia, diari e autobiografie, rivelando così come la storia della Cgl rossa non possa essere più analizzata come una vicenda locale del movimento operaio meridionale ma vada inserita in un quadro più ampio, evitando così di cadere in quel filone di studi che Luigi Cortesi ha definito “la storiografia recriminatoria degli sconfitti”.
Le carte del Governo Militare Alleato, della Commissione di Controllo Alleata e dei dirigenti sindacali statunitensi, che tentarono di indirizzare il nascente movimento sindacale italiano lungo i binari del sindacalismo anglosassone, offrono un interessante confronto tra la tradizione della sinistra di classe, espressione di un filo rosso con il congresso di Livorno e con il leninismo, e le idee di democrazia industriale e le forme di organizzazione sindacale che si erano diffuse negli Stati Uniti durante il ciclo di lotte di massa del New Deal.
Riaffiora così non solo il ruolo ufficiale dei rappresentanti dei sindacati statunitensi nel bloccare l’influenza dei comunisti della federazione di Montesanto e della Cgl rossa, ma anche l’interazione, nascosta e ignorata dalla storiografia, tra i comunisti italiani e militari statunitensi, molti dei quali erano figli di socialisti o anarchici emigrati in America ed erano stati protagonisti degli scioperi di massa organizzati dai combattivi sindacati del Cio. Così un rapporto dell’Ufficio per i servizi strategici notava con stupore come “sulle strade fuori Napoli, il 1 Maggio alcuni camion militari francesi e americani portavano bandiere rosse poste sul radiatore. Queste bandiere furono viste per la prima volta il 30 aprile quando circolarono resoconti sui comunisti che le stavano distribuendo lungo le principali strade attorno a Napoli. Il 2 maggio brandelli di bandiere rosse furono viste su camion militari che avanzavano verso nord, fuori Napoli, probabilmente provenienti da Bari e dalla Puglia”.
In questa prospettiva l’esperienza della Cgl rossa non appare più come un “un sindacato settario” ed estremistico, fondato da comunisti “che si credono ancora nel 1925”, segregati nel “regno del Sud”, ma rappresenta un’organizzazione di classe che riesce a intercettare il processo di radicalizzazione dei lavoratori e a indirizzare le lotte dei ceti popolari il cui processo di organizzazione sindacale, dopo il ventennio fascista, avviene attraverso le reti informali di fabbrica e di rione. Ma questo radicamento territoriale era segnato da gravi limiti organizzativi e politici che vennero sfruttati dal gruppo dirigente del Pci con “I Patti di Roma”, dando vita alla Cgil unitaria.
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