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mercoledì 2 ottobre 2013

Cremaschi: quelli che svendono il paese a loro insaputa

Ora governanti e manager dicono che non lo sapevano, preferiscono fare la figura dei cretini piuttosto che quella dei complici. Ma la svendita di Telecom è solo un altro atto di un percorso annunciato e realizzato da decenni, da parte di una classe politica e imprenditoriale che ha cercato di salvare se stessa e i suoi fallimenti con la vendita all’incanto dei beni del paese. E che ha usato il liberismo, l’euro e il Fiscal Compact, la Merkel come scusa e protezione del proprio potere. Ora dopo la svendita di Telecom alla principale concorrente, la Telefonica spagnola, assisteremo a qualche giorno di lacrime di coccodrillo e di compunte dissertazioni sulle politiche industriali e le riforme. Poi tutto continuerà come prima perché tutta l’Italia è in svendita. La Grecia dopo qualche anno di politiche di austerità europea ha conservato di suo il debito pubblico e la polizia che bastona chi protesta. Tutto il resto è venduto, appaltato, posto sotto controllo estero. Noi, più lentamente ma altrettanto inesorabilmente, stiamo percorrendo la stessa strada. Perché abbiamo la stessa classe dirigente.
Il governo, se durerà, ha pronto un piano di privatizzazioni che non può che riguardare ciò che resta del patrimonio produttivo. Ansaldo Energia è già in Napolitanovendita, seguiranno Enel, Eni, Finmeccanica, Fincantieri e Trenitalia, che opportunamente è già stata separata dalla rete delle ferrovie locali e pendolari in disarmo, per le quali non si spende nulla. E per chi non è d’accordo ci sono le truppe di Alfano e i teoremi di Caselli. Alitalia è già francese nonostante il paravento berlusconiano degli imprenditori patriottici, tra cui Riva, sì proprio lui, e Colaninno grande affondatore della Telecom, che aveva scalato con la benedizione di Massimo D’Alema. Le banche privatizzate sono state oggetto e soggetto sia delle svendite sia dei disastri industriali, dalla Fiat alla Pirelli a tutto il made in Italy. Ed è bene ricordare che tutta la politicadelle privatizzazioni dissennate degli anni ‘90 ha come autori principali Ciampi e Prodi, che Putin ha definito l’altro suo amico italiano assieme a Berlusconi.
Anche nel disastro industriale del paese trionfano le larghe intese e non da oggi. La vera differenza tra Pdl e Pd è che il primo è il partito di un solo padrone, mentre il secondo vuole rappresentarli tutti. E tutti assieme controllano la formazione del senso comune, in modo che anche i cittadini vivano, senza colpa, a loro insaputa. Sono due mesi che la casta politica, manageriale e finanziaria ci spiega che c’è la luce in fondo al tunnel. È una balla, ma come si fa a non crederci visto che il presidente della Repubblica invoca e impone stabilità proprio sulla base di essa. Intanto i dati sul reddito di una delle province più ricche d’Italia, Brescia, parlano di tutta un’altra storia. Nel 2011, quando il peggio della crisi doveva ancora venire, il reddito medio della provincia lombarda è calato dell’11% rispetto all’anno Colaninnoprecedente, meno 2.500 euro su poco più di 20.000. E sappiamo che questa è una media del pollo perché nella crisi i più ricchi si arricchiscono.
Eppure secondo l’Istat la gente vede rosa e questo ottimismo può essere speso in Borsa e soprattutto per salvare il governo delle larghe intese. Ottimismo, diceva Tonino Guerra in una pubblicità; chi non è ottimista è un disfattista. Andrà avanti così, anzi indietro, fino a che ci sarà una rottura con le politiche economiche italiane ed europee di questi ultimi trenta anni. E fino a che la classe politica e imprenditoriale, responsabile (anche a sua insaputa) di esse, non verrà mandata a casa. Uno ai domiciliari, a casa gli altri responsabili del disastro, a partire dal loro massimo rappresentante Giorgio Napolitano.
(Giorgio Cremaschi, “Svendita Italia a loro insaputa”, da “Micromega” del 26 settembre 2013).

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