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mercoledì 6 novembre 2013

GIANNINO, L'EUROAREA E' POCO APPETIBILE PER I MERCATI FINANZIARI

Oscar Giannino: “L’euro si conferma area monetaria non ottimale: cambiarne le regole o farsene mangiare”

Interessante articolo postato ieri da Oscar Giannino su leoniblog.it
Il noto giornalista, di certo non inquadrabile nel filone degli euro-scettici, analizza la critica situazione dell’attuale struttura dei trattati europei, con uno sguardo molto critico anche sulla moneta unica.
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C’è un tema al quale la politica italiana, presa dalle sue mille polemiche interne, presta assai poca attenzione. Tranne poi vellicarlo superficialmente, da destra, sinistra e grillinamente, con sparate demagogiche a fini di consenso. E’ un tema assolutamente centrale: se ma soprattutto come cambiare l’Unione europea e le regole dell’euro, per impedire che o la crisi dell’euro uccida l’Europa, oppure che il perseguimento dell’euro a regole invariate ottenga, di fatto, lo stesso risultato.
Tra il 1996 e il 1997, prima della scelta finale della terza fase della moneta unica cioè dell’avvio dell’euro in quanto tale, pochi italiani autorevoli, di culture ed esperienza economica, finanziaria e manageriale assai diversa, tentarono invano di attirare l’attenzione della politica e dei media. Erano manager come Cesare Romiti, economisti keynesiani rigorosi alla Franco Modigliani come Paolo Savona, e offertisti come Antonio Martino. C’era anche l’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, che nel consolidamento bancario italiano solleverà poi polemiche e inchieste, ma che di moneta per riconoscimento unanime ne capiva e ne capisce eccome. A organizzare eravamo, all’epoca noi della fondazione Liberal.
L’eterogenea compagnia ripeteva che un’area monetaria ottimale deve avere alcune caratteristiche, per funzionare: libera mobilità del lavoro tra le frontiere, ergo unificazione vera dei mercati dei beni e dei servizi oltre quella del lavoro, convergenza dei cicli economici attraverso la flessibilità di prezzi e salari. In assenza di queste caratteristiche (e senza trasferimenti straordinari, interinali e d’emergenza da Paesi forti a Paesi deboli, per affrontare il percorso iniziale di convergenza), l’unica via per Paesi a squilibrio elevato di finanza pubblica e bassa produttività per restare nell’euro – cioè per aggiustare le ragioni di competitività – sarebbe stata la deflazione interna, cioè la perdita del valore reale dei salari e dei redditi.
E’ puntualmente avvenuto. Personalmente non penso affatto che sia – come ripete la vulgata – colpa dei tedeschi, che come abbiamo qui più volte sottolineato hanno fatto riforme molto dure negli anni alle nostre spalle. Riforme che l’Italia si sogna. Credo però semplicemente che oggi sia irresponsabile negare i fortissimi rischi di rottura, di esplosione sociale, e di reazione demagogico-populista che tumultuosamente affiorano in mezza Europa.
Due cose a questo proposito mi hanno colpito in questi giorni.
Primo. La pesante critica del Tesoro americano al surplus di parte corrente tedesco, oltre il 6% del Pil, è stato derubricata da media e politica a polemica tra Washington e Berlino. Evidentemente la politica sudeuropea è proprio distratta: perché andare per tre anni di seguito otre il 6% di surplus corrente è una precisa violazione delle norme europee – le trovate sul sito della Commissione, cercando Macroeconomic Imbalance Procedure – in attuazione dell’articolo 121.2 del Trattato. Con tanto di procedura d’infrazione e sanzioni. Perché l’eccesso di surplus mette a rischio la convergenza e il corretto funzionamento della politica monetaria nell’euroarea. Eppure, silenzio generale.
Secondo. L’appello venuto proprio su queste colonne da Romano Prodi, perché Italia, Francia e Spagna si mettano a capo di un energico confronto sulle modifiche dei parametri e delle regole europee, ieri ha avuto più eco sulla stampa britannica che su quella italiana. Il Daily Telegraph, in un editoriale di Ambrose Evans-Pritchard, titolava “ il Mr Euro italiano invoca un fronte latino e ammonisce Berlino: se l’euro continua a salire non venderete più neanche una Mercedes”.
Altrove, il dibattito ferve. In Francia ha grande eco un libro uscito nello scorso settembre, La fin du rêve européen, la fine del sogno europeo, scritto non da un antieuropeista, François Heisbourg, presidente dell’IISS, l’Istituto Internazionale di Studi Strategici. La sua tesi è durissima: meglio rinunciare a un euro che non funziona, prima che travolga l’Europa. Ieri dal Financial Times gli ha risposto Wolfgang Münchau, che a dire la verità in passato è stato molto pessimista sull’euro, obiettandogli che a questo punto è meglio riformare l’Unione europea insieme all’euro, perché senza euro l’Unione resterebbe un nano politico.
Personalmente, è la mia stessa posizione. Non sono sospettabile di essere “morbido” sulle pesanti responsabilità italiane, nell’aver preferito nei primi 8 anni di dividendo dell’euro – coi bassi tassi che ci ha regalato – alzare la spesa corrente invece di riformare il perimetro dello Stato e accrescere la produttività. Ma dopo anni di inseguimento della spesa con alte tasse, con il prodotto procapite degli italiani a meno 11% rispetto al 2007, e un debito pubblico che dal 119% del Pil del 2010 sta andando dritto a quota 134%, mentre il presidente greco Papoulias ha comprensibilmente ammonito la Trojka che la Grecia non ha più niente da dare col suo 30% di disoccupazione, penso che davvero sia del tutto sbagliato restare in silenzio, di fronte ai durissimi anni che ci aspettano se non mettiamo mano alle regole europee. E’ inaccettabile. L’Italia deve cambiare e molto, ma farlo tenendo il ritmo di avanzi primari pari al 6% del Pil per 15 anni , a questo tassi di pressione fiscale, è suicidario. Perché, purtroppo, bisogna essere realisti: i maxi abbattimenti del debito pubblico attraverso massicce dismisisoni di società pubbliche e matton i di Stato non avvengono, né si riducono di punti di Pil le spese pubbliche per abbassare le imposte e ridare fiato alla competitività e al reddito di imprese e famiglie. La polòitica italiana semplicemente non è capace e non vuole, perseguire queste strade.
Non resta allora che essere realisti anche sulle regole europee. Tutti sappiamo che criteri come il 3% di deficit sul Pil e il 60% del debito pubblico furono ricavati da equazioncine che avevano per sottostanti tassi di crescita irrealizzati e attualmente irrealizzabili. Sappiamo che abbiamo una curva demografica declinante, e che restiamo con una manifattura che si batte leoninamente sui mercati mondiali, ma che da sola non può farcela a tirar su la crescita verso il 2% annuo e oltre, come sarebbe necessario.
Di cosneguenza o partono a breve dei meccanismi di convergenza basati su altri e diversi criteri europei – e non penso affatto al torchio monetario della BCE – oppure un unico tasso d’interesse e di cambio continuerà ad avere effetti totalmente divergenti sulle economie latine e su quelle nordiche. Ci si può illudere di fare un altro tratto di strada ricorrendo ad altri LTRO della BCE, come sin qui si è fatto in questi anni, escogitando “una pezza” alla volta ai guai europei, nell’inpacacità poitica generale di adottare correttivi profondi e rapidi. Ma resta un’illusione, avere una moneta unica a mercati separati. E, alla fine, la molla si spezzerà. Com’è accaduto, nella storia, per il 99,% delle unioni monetarie, quando la politica le vara ma non è pronta a unificare i mercati sottostanti e le regole con cui li si disciplina.
Il modo per dare un futuro miglior alla Ue e all’euro c’è eccome. Se l’Italia la pianta di farsi del male nella sua politica interna e riconquistasse un minimo di  credibilità, se destra e sinistra almeno su questo punto sono capaci di convergere seriamente, sarebbe un bel programma di proposte di modifica dei Trattati, il cardine possibile del semestre italiano di presidenza europea nel 2014. Mi direte che è un sogno velleitario. Attenti a non preferire l’incubo di chi predica uscite solitarie dall’euro con metodi argentini, però.

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