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domenica 26 maggio 2013

Le banche italiane preferiscono comprare titoli di Stato

Thursday 23 may 2013








Le banche italiane hanno i soldi per finanziare la cosiddetta “economia reale”, ossia le imprese e le famiglie, ma invece di fare quello che è il proprio compito istituzionale, preferiscono comprare titoli di Stato che, bene o male, gli garantiscono entrate sicure in termini di interessi. Le banche si difendono sostenendo che le imprese alle quali concedere nuovi affidamenti e scoperti di conto corrente sono sempre di meno, a causa della crisi economica.
Ma si tratta di una tesi assurda perché è ovvio che praticare la stretta creditizia non può che trascinare nella crisi anche quelle imprese che finora sono riuscite a sopravvivere, sia pure con grande fatica. Imprese che, dopo aver investito in nuova tecnologia o nuovi prodotti si sono ritrovate con il fiato corto in quanto la recessione ha fatto crollare il loro volume d'affari. E a poco sono serviti i timidi segnali di una inversione di tendenza nell'economia globale che deve ancora basarsi sull'effetto trascinamento operato dalla Cina. Una ripresa che in Europa ancora non si vede considerato che la stessa Germania, che nel 2011 registrava tassi di crescita vicino al 3%, si deve contentare oggi di un più modesto 1%, proprio a dir bene,
L'assurdo di quanto sta succedendo è che le anche italiane esplodono di liquidità. Non c'è soltanto quella dei conti correnti della clientela, seppure ridotta dalla crisi per la necessità di sopravvivere del ceto medio ritrovatosi senza lavoro o con retribuzioni e pensioni insufficienti a garantire un livello appena decente di vita. Soprattutto le banche possono contare sui 260 miliardi complessivi ricevuti dalla Banca centrale europea tra novembre 2011 e marzo 2012. Prestiti triennali al modico tasso di interesse dell'1% e che l'istituto presieduto dall'ex Goldman Sachs (!) Mario Draghi aveva erogato appunto per sostenere l'economia reale. Soldi che, al contrario, le banche hanno utilizzato per ricapitalizzarsi e per rifarsi dalle perdite subite da investimenti andati a male o da vere e proprie speculazioni. In Italia il modello tedesco della “banca mista”, introdotto negli anni novanta, banca che indifferentemente opera come banca commerciale e banca di investimento ha avuto conseguenze disastrose, come testimoniano pure recenti vicende dai non indifferenti risvolti giudiziari. Anche che, in conseguenza della nota ed abusata cialtroneria italiana, hanno creato non pochi sconquassi che, seppure non paragonabili per entità a quelli delle banche anglo-americane, hanno messo in profonda crisi la gestione.
Quando si finanzia una azienda della quale spesso si è anche azionista, e quando entrambe sono azioniste di quotidiani nazionali di peso, si creano incontrollabili conflitti di interesse perché tutte e tre le realtà saranno portate a tacere sulla situazione delle altre. Il quotidiano continuerà a parlare bene della situazione patrimoniale e finanziaria dell'azienda X, la banca Y continuerà a farle credito e ad offrire alla propria clientela le azioni e le obbligazioni. E chi ci rimetterà saranno sempre e comunque i piccoli risparmiatori, quelli che nei “salotti buoni” si definiscono il “parco buoi”, sui quali verranno scaricati gli effetti di una gestione aziendale incapace e al di sotto della legalità. Esemplari in tal senso sono state le vicende della Cirio e della Parmalat. Se oggi quelle vicende sembrano quasi preistoria, non è cambiato però l'atteggiamento delle banche che preferiscono finanziare i soliti noti anche se si tratta dei soliti noti. Quelle imprese considerate troppo grandi per fallire, o meglio per essere lasciate fallire, ma che come la Fiat, da anni, agli osservatori meno sprovveduti, danno l'impressione o meglio la certezza di voler smobilitare baracca e burattini in Italia.
La stretta creditizia sta così penalizzando le piccole e le medie imprese che in Italia rappresentano la spina dorsale del nostro sistema industriale. Si sta operando in tal modo un trasferimento di ricchezza verso le grandi industrie dell'asse padano, collocate sull'asse Torino-Milano. Uno scippo di ricchezza reale che è parallelo e funzionale a quello operato dalle banche, e sostenuto dalla politica, ai danni dei piccoli risparmiatori. La chiusura di migliaia di imprese e la perdita del posto di lavoro di centinaia per migliaia di cittadini ne è la conseguenza più eclatante. Si sta innestando in tal modo una deriva sociale ed economica che può risolversi in una situazione simile a quella greca con decine di migliaia di persone, esasperate dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, e dalle ruberie dei potenti di turno, pronte a scendere in piazza e a dare l'assalto ai Palazzi del Potere e alle sedi delle banche, considerate tra le maggiori responsabili della crisi.
Appare quindi paradossale, per non dire che si tratta di una autentica presa in giro, che Mario Draghi lamenti la stretta creditizia, in Italia come in Europa. Era infatti compito della Bce, anzi un preciso dovere, vincolare quei prestiti ad un loro preciso utilizzo. Chiudere le porte quando i buoi sono scappati serve a ben poco. E Draghi, che per ben tre anni è stato vicepresidente della Goldman Sachs per l'Europa, dovrebbe conoscere bene l'ambiente sul quale è stato chiamato a vigilare. Ma sarebbe troppo aspettarsi una cosa del genere da lui.
Il grave è che questa tendenza delle banche ad abbandonare l'economia reale privata, e sostenere invece quella pubblica attraverso l'acquisto di Bot e Btp, viene vista con favore nei Palazzi romani. Le banche, questa è la tesi, in buona sostanza stanno evitando la bancarotta dello Stato e contribuiscono a tenere asso lo spread tra Btp e Bund tedeschi. E questo rappresenta il punto più importante per continuare a rimanere nell'euro ed evitare le rampogne della Bce, della Commissione europea e della Germania sul fatto che non stiamo facendo i compiti a casa. Meglio quindi, pensano i politici, avere chi ci compra i titoli pubblici che fallire. Poi, per l'economia reale si vedrà. Ma pensare che alla fine ci salveranno le vecchie zie, in questo caso la ripresa economica globale, non è soltanto stupido ma anche criminale.
 
E Bankitalia va a gonfie vele
Bankitalia registra un conto corrente attivo a marzo per 1.917 milioni di euro. Dai dati diffusi dalla Banca d'Italia nel bollettino intitolato “La bilancia dei pagamenti dell’Italia in marzo 2013” risulta che i crediti sono stati superiori ai debiti: rispettivamente 45.987 milioni e 44.070. una inversione di tendenza rispetto allo scorso anno, quando il saldo era stato negativo per 1.560 milioni di euro. I debiti, pari a 49.230, milioni erano stati infatti superiori ai crediti, pari a 47.670 milioni di euro. Flusso positivo per gli investimenti in titoli di Stato che, sul medio e lungo termine, hanno registrato un saldo netto positivo per 16,8 miliardi di euro (-31,5 miliardi di euro nello stesso mese del 2012).

Fonte: www.rinascita.eu

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