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giovedì 23 maggio 2013



Nessuna politica energetica e la nostra industria soffre. Mentre

gli USA…







Sono oltre 27mila le imprese italiane che dal 2000 hanno deciso di trasferire all’estero parte dell’attività produttiva. Lo rileva la Cgia di Mestre. Se in questi ultimi anni la crescita del numero delle aziende che delocalizzano e’ stato abbastanza contenuto (+4,5% tra il 2008 e il 2011), nell’arco temporale che va dal 2000 al 2011 invece – dice la Cgia – l’incremento e’ stato molto consistente: +65%. A fine 2011 ammontavano a poco piu’ di 1.557.000 i posti di lavoro creati oltre confine.

Per comprendere appieno il fenomeno va sottolineato che molte delle uscite delle nostre aziende oltre il perimetro dei confini nazionali è legato non solo al  desiderio di economie di costi ma anche ad una necessità di una “ facilitazione burocratica e fiscale” che soprattutto le nazioni confinanti, in primis Svizzera Austria e Slovenia,  hanno saputo intercettare portando molte aziende manifatturiere a “scollinare” verso nazioni più vicine alle tematiche imprenditoriali.

Ma se questo è il contesto nazionale sarebbe opportuno anche inserirlo nello scenario prossimo futuro mondiale sia politico che economico.

In questo senso va sottolineato che nel dicembre 2012 negli USA gli stati del North Carolina , Ohio e Pennsylvania hanno prodotto 1.5 ml di barili di petrolio: tanti quanti l’Iran.
Risulta quindi ragionevole pensare che nel giro di 5-6 anni gli Stati Uniti saranno indipendenti sotto il profilo energetico comportando una rivoluzione EPOCALE sia nelle strategie industriale ma anche di politica estera. A tal fine risulta sicuramente interessante visionare il sito statunitense usdebtclock.com all’interno del quale oltre all’andamento del debito federale in continua crescita si posso verificare come siano in constante diminuzione i costi per l’approvvigionamento di petrolio sia dai paesi Opec che extra: segno incontrovertibile che la politica di indipendenza economica degli Stati uniti stia  dando i primi e consistenti  frutti.

Già ora, ma sicuramente nel futuro con maggior peso, la felice sommatoria di indipendenza energetica e incentivazione fiscale dei singoli stati americani renderà al  Made in Usa una maggiore quota di redditività attirando nuovi investimenti industriali . Ai quali  si aggiunge già da ora  anche  la sempre minore indulgenza del mercato stesso alle gestioni del magazzino  determinando  una progressiva diminuzione del Time to market che difficilmente risulta gestibile con produzioni fortemente delocalizzate .

La maggiore ricchezza generata all’interno del perimetro statunitense si presenterà  come una opportunità notevole per le produzioni di Made in Italy la cui tutela dovrebbe andare oltre al varo delle  necessarie normative per la sua definizione  ma anche attraverso un protocollo più stringente , sulla scia di quanto già opportunamente legiferato in Svizzera al fine di preservare lo Swiss made.

Parallelamente, al tempo stesso, si dovrebbe finalmente varare una politica che ponesse al centro lo sviluppo delle aziende manifatturiere e quindi, essendo queste “energivore”, una strategia energetica sia a livello europeo ma anche nazionale.
Successivamente alla  dismissione della opzione nucleare, la cui energia ricordo importiamo dalla Svizzera  dalla Slovenia e Francia , e dell’idroelettrico  il nostro Paese si è legato mani e piedi attraverso scellerati contratti con i paesi della ex Unione Sovietica e dei paesi del bacino del Mediterraneo per l’importazione di gas. Risulta poi paradossale questa assenza di politica energetica, che richiederebbe investimenti giganteschi e quindi anche una certo indebitamento, che nella storia del nostro paese ha avuto un andamento riscontrabile con la tabella di seguito.
Pontelli 1

Si confronti ora questo schema con un altro grafico frutto di una studio universitario statunitense che ha messo in relazione l’andamento del debito nazionale con la crescita del PIL.
Debito pubblico e crescita economica.
Fonte: Penn World Tables (dati sul Pil) e Banca d’Italia (dati sul debito pubblico).
Fonte: Penn World Tables (dati sul Pil) e Banca d’Italia (dati sul debito pubblico).

La visone dimostra come non ci sia alcuna relazione  tra debito e crescita economica, del resto la spesa in conto capitale è all’1%, quindi una prova evidente che il debito sia stato utilizzato per “soddisfare le spettanze di PA e pensioni” in altre parole per gestire e coordinare il consenso.

Quindi nel nostro Paese mai è stata presa in considerazione una politica energetica di medio e lungo termine in quanto gli effetti positivi si sarebbero riverberati troppo avanti negli anni per “premiare“ i politici in corso. Parallelamente la assenza di questa politica come di una seria programmazione del sistema trasporti ha di fatto reso sempre meno competitiva il nostro sistema industriale, in particolare quello legato alle 4A (abbigliamento, alimentare, arredo, automazione), sperando sempre nella sopravvivenza nonostante tutto e tutti.

Al tempo stesso  la Ue ha  brillato  per la assoluta cecità di prospettive energetiche se anche l’attuale primo ministro tedesco ha dovuto smentire il proprio predecessore e procrastinare la disastrosa decisione di chiudere tutte le centrale nucleari sul territorio tedesco portandola al 2022. Ora la locomotiva dell’ Europa risulta fortemente esposta verso i paesi dell’Ex Unione Sovietica per le forniture di gas .

Si pensi ad un futuro prossimo che veda contrapposti il blocco statunitense e quello dei paesi in via di sviluppo , con la Cina come spettatore : potrebbero essere le scelte della Ue non essere condizionate dalla politica energetica che va ricordato regale ai paesi una libertà politica spesso sottovalutata?

Ovviamente, tornando al nostro sistema industriale ed alle prospettive per il futuro , si ricorda che la materia relativa al made in è prerogativa della UE ma che all’interno del nostro territorio nulla vieterebbe  la nascita di un ” regolamento o protocollo ” al quale possano aderire le aziende espressione del made in Italy , dal settore della 4A fino ad altri settori emergenti.
In questo contesto tale iniziativa dovrebbe vedere le associazioni di categoria, penso a Confindustria come alle Api (Associazioni Piccole Imprese), unite per passare dalla logica del breve termine e fare propri i risultati della Università di Harvard la quale ha stabilito che le delocalizzazioni NON hanno portato una crescita economica reale e stabile per il paese che “avesse mantenuto la head in core”. A questo poi si aggiunga la nuova sensibilità che il mercato mondiale , quindi sia europeo ma anche dei paesi in via di sviluppo, dimostrano per tutti i prodotti che siano una REALE espressione dell’Italian Style .

In altre parole in un momento di grande difficoltà solo attraverso delle strategie economiche coordinate ed efficaci si possono porre le basi per una ripresa della produzione italiana. Da troppo tempo infatti invece si pensa solo ed esclusivamente a rattoppare buchi e falle legati alla gestione di quelle  stesse persone che ora affermano di volervi porre rimedio.

Per altro queste strategie economiche risultano  sconosciute al mondo politico nella sua interezza come  anche  a quello degli economisti di riferimento ad alta immagine televisiva.

Ora più che mai la conoscenza  e l’applicazione di queste strategie sarà la conditio sine qua non solo  per chiunque eserciti una attività imprenditoriale ma soprattutto per chi si accolli l’onere di determinare la politica economica del nostro paese nei prossimo cinque dieci anni.

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