εὕρηκα

εὕρηκα
HOME PAGE

martedì 28 maggio 2013

Le parole della democrazia e dell’anti-democrazia

di Pierfranco Pellizzetti

«Un grande terzetto di fantasiosi studiosi
tedeschi, Nietzsche, Marx e Freud ha distrutto
il XX secolo dal punto di vista morale così come
Einstein, bandendo il moto assoluto, lo ha distrutto
cognitivamente e Joyce, bandendo la narrazione
assoluta, lo ha distrutto esteticamente»
Clifford Geertz
«Scrollatevi di dosso le catene come la rugiada
caduta su di voi durante il sonno.
Siete molti, e loro sono pochi!»
Percy Bysshe Shelley

Scrive Marco D’Eramo nell’ultimo numero di MicroMega: «come raccomandava in continuazione ai suoi allievi Pierre Bourdieu, i termini della politica vanno considerati non solo strumenti, ma poste in gioco della lotta politica. Quando nel Settecento Voltaire e Diderot si impossessarono della luce, della chiarezza (si definirono illuministi) e relegarono gli avversari nell’oscurità (“i secoli bui”), avevano già vinto la partita». Ossia la conquista dei criteri-guida della concettualizzazione come posizionamento vincente nella partita del potere.

Una considerazione certamente convincente quanto di estrema attualità, anche alla luce della recente dichiarazione di un protagonista della lotta nel campo virtuale informazione-controinformazione, quale il generale dell’esercito americano David H. Petraeus: «quello che i decisori politici pensano sia accaduto è ciò che conta, più di quanto sia effettivamente accaduto».
Possiamo evidenziare l’influenza, tanto negli assunti del militare stelle-e-strisce come del sociologo francese, esercitata dalla seconda delle Considerazioni inattuali di Friedrich Nietzsche «non ci sono i fatti, solo interpretazioni»?

Questo per dire che ci sembra di cogliere un filo che cuce la lettura decostruttiva del linguaggio politico di D’Eramo con il lavoro del filosofo Stefano Righetti (“Foucault interprete di Nietzsche”, Mucchi Editore Modena), volto a mettere a fuoco una filiera di critica del Moderno come falsa oggettivazione sull’asse Nietzsche-Foucault. Filiera al lavoro sul terreno accidentato e controverso della democrazia di massa. «La paura che le classi colte avevano mostrato, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, di fronte all’affermarsi del pensiero democratico – con tutto ciò che questa reazione comportava (dall’esaltazione di valori aristocratici a un élitismo artistico e sofisticato, e a una presa di distanza orgogliosa dalla ‘massa’ borghese, che cominciava a popolare le città in modo sempre più frenetico)».
Di certo il filosofo visionario tedesco diventa, dalla fine dell’800 fino alla metà degli anni 40 del secolo successivo, «l’emblema della resistenza alla nuova civiltà democratica», alla sua superficiale ricerca del profitto, alla sua mediocrità.

Più complicato – semmai – collocare su questo terreno l’inafferrabile docente della parigina École Supérieure venuto da Poitiers.
A tale riguardo ci basta e avanza il formidabile smascheramento foucoultiano del «Potere nei suoi discorsi di Verità, della Verità nelle pratiche di Potere». Dunque il terreno di aggressione sottotraccia dell’esperimento democratico.

Un passo indietro, all’insegna del réculer pour mieux sauter.
Nell’Antico Regime, in cui il ceto dominante era rappresentato dall’aristocrazia di spada (noblesse d’epée), il Potere si imponeva anche attraverso le cerimonialità ma soprattutto mediante la minaccia della forza fisica esercitata/esercitabile sui corpi. Nella nascente Modernità, in cui centrale è ormai diventata la nuova aristocrazia proprietaria (noblesse de robe), il controllo viene perseguito in modalità – al tempo – più efficienti ed efficaci: attraverso la colonizzazione degli immaginari.

Non a caso il primo laboratorio dell’ordine nascente si attrezza proprio laddove – per ragioni storiche e ambientali – non esiste l’ingombro della vecchia nobiltà di spada: il Nuovo Mondo delle Tredici Colonie non ancora costituzionalizzate in Stati Uniti d’America. Ossia, quella plutocrazia coloniale – descritta dal rimpianto storico della Boston University Howard Zinn – in cui attorno al 1776 si fece la straordinaria scoperta, diventata caratteristica duratura della politica americana, che era conveniente e possibile per le classi superiori sfruttare l’energia dei ceti inferiori allo scopo di perseguire i propri scopi.

Il trucco consisteva nell’indurre processi di identificazione dirottando l’odio di classe verso altri bersagli (i britannici, i nativi americani, i neri, i nuovi immigrati ecc.). Scrive Zinn: «la Rivoluzione americana, sotto questo profilo, fu un’impresa geniale, e i padri fondatori meritano l’omaggio ammirato che è stato loro tributato nel corso dei secoli. Crearono il sistema di controllo nazionale più efficace dei tempi moderni e mostrarono alle future generazioni di leader i vantaggi che si ottengono associando il paternalismo al comando» (Storia del popolo americano, Il Saggiatore, Milano 2005 pag. 46).

Insomma, le catene del dominio si spostano: dalle membra alle menti. Qualcosa che interagisce con il concetto di “governamentalità”, teorizzato da Foucault già nel 1978: per quanto lo Stato moderno abbia ormai attivato un’attenzione capillare nei confronti degli individui, non significa che intenda estendere all’infinito il sistema dei divieti. Molto più economico attivare dispositivi disciplinare accettati su base consensuale. In quanto interiorizzati come “naturali”, dunque “giusti”. Meccanismo accreditativo implicito di quella gerarchia elitaria e magari estetizzante (seppure priva di qualsivoglia connotato eroico) che Nietzsche individuava quale antidoto alla volgarizzazione democratica.

E anche questa vecchia talpa ha scavato a lungo. Sempre nella logica di imbrigliare in relazioni di potere, anche microfisiche, la pericolosità delle classi che irrompevano sulla scena politica nel corso dell’esperimento democratico.

Fenomeno in accelerazione dopo che la fine della Guerra Fredda ha liberato il sistema capitalistico da quei contrappesi esterni che lo obbligavano a perseguire compromessi (keynesiano-fordisti) interni. Come dice “fuori dai denti” Marco D’Eramo: «in tutto l’Occidente si è consolidato un regime oligarchico. In un duplice senso: in primo luogo perché la struttura sociale è sempre più squilibrata e sono emerse vere e proprie oligarchie del denaro […]. Ma di oligarchia si tratta anche in senso formale perché sempre più le élite non sottostanno allo stesso regime giuridico del resto della popolazione».

Tanto che ormai analisti come Colin Crouch parlano apertamente di “postdemocrazia”, sempre sottolineando gli aspetti mimetici della transizione insita nel postismo: «la democrazia sfida i privilegi di classe in nome delle classi subordinate; la postdemocrazia nega entrambi, privilegi e subordinazione» (Postdemocrazia, Laterza, Bari 2003 pag. 61).

Insomma, la ristrutturazione oligarchica del potere, in atto almeno dall’ultimo quarto del XX secolo, opera attraverso lo svuotamento tendenzialmente indolore della democrazia. Una tecnica che utilizza le modalità comunicative come ricostruzione del reale a vantaggio del comando plutocratico: la retorica del TINA (there is no alternative); per cui non ci sono alternative alla finanziarizzazione del mondo, la precarizzazione raccontata come flessibilità è la nuova frontiera del lavoro, le minacce incombenti di un terrorismo iconicizzato impongono di tutelare la vita dei cittadini riducendo diritti e garanzie. E così via…

Dal momento che ancora non si vedono in campo coalizioni di interessi antagonistici, pronti a configgere con quelli dominanti, predisporre una “cassetta degli attrezzi” per demistificare le argomentazioni del Potere che si traveste da Verità può essere un utile esercizio preparatorio per stagioni più confacenti a una democrazia correttamente intesa. E presa sul serio.

Marco D’Eramo, “Apologia del populismo”, MicroMega 4/2013
Stefano Righetti, “Foucault interprete di Nietzsche”, Mucchi Editore Modena


(27 maggio 2013)

Nessun commento:

Posta un commento