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martedì 27 agosto 2013

Smith: dietro l’Egitto si legge l’inizio della fine del dollaro

I fatti del Medio Oriente sono manipolati dall’élite mondiale, che spinge verso l’instabilità: un processo già in corso, come vediamo. E attenzione: solo in apparenza l’architettura della “primavera araba” riguarda l’area mediorientale. In realtà ha a che fare con l’intera struttura dell’economia globale: «Una crisi energetica potrebbe essere uno strumento efficace per cambiare questa struttura», sostiene Brandon Smith. E quindi: «Un crollo in Medio Oriente potrebbe fornire l’occasione perfetta e la copertura per un grande cambiamento nel paradigma globale». Tuttavia, qualsiasi passo politico di questa portata richiede che, prima, si sia creata «una atmosfera economica adeguata». Tradotto: «Se vogliamo capire le prossime tendenze di una società, dobbiamo prendere in considerazione che esiste una manipolazione esterna: dobbiamo guardare a come ogni evento economico si muova parallelamente con gli eventi politici, e dobbiamo intuire come questi eventi possano avere effetti sulla globalizzazione nel suo complesso».
Quando fu rovesciato Mubarak «non era ancora il momento giusto», scrive Smith in un post su “Alt Market”, ripreso da “Come Don Chisciotte”. dollar crashAll’epoca, i media main stream caddero in una sorta di “falsa partenza”. «Se il bersaglio vero è il dollaro Usa e l’Egitto è solo una diversione, quest’anno si è presentata l’occasione perfetta per giustificare il fallimento, ormai evidente, come stimolo dell’economia, del “quantitative easing”», che secondo Smith si basa su due dogmi completamente sballati. Il primo: “I paesi esteri non riusciranno mai a scaricare il dollaro americano, perché dipendono dai consumatori americani, che comprano le merci che loro vogliono esportare”. Il secondo: “Il valore del dollaro non potrà mai crollare, perché è la valuta-base per comprare il petrolio, e il mondo intero ha bisogno dei dollari per comprare il petrolio”. In realtà, tutto sta cambiando: basta vedere il “dumping” della Cina contro il dollaro, gli accordi commerciali bilaterali con i Brics e anche con Germania e Giappone, senza contare la massiccia corsa all’acquisto di oro intrapresa da Cina e Russia, «anche come reazione alla estrema manipolazione del mercato» attuata da colossi finanziari come la Jp Morgan Chase.
Altri campanelli d’allarme: la vendita dei titoli del Tesoro Usa a lungo termine da parte dei creditori stranieri, che comprano invece titoli del Tesoro a breve termine, che possono essere liquidati con un preavviso minimo. E poi il fatto che «le obbligazioni ora sono sostenute quasi interamente dalla politica della Fed per stimolare l’economia: quando questo stimolo finirà, finirà la capacità dell’America di onorare i debiti esteri e la fiducia nel dollaro crollerà». Infine, le chiare dichiarazioni del Fmi, che ormai parla apartamente della “fine del dollaro” come riserva mondiale e dell’istituzione dei Dsp, diritti speciali di prelievo, destinati a sostituirlo. Quanto alla “fede” nella tenuta “eterna” del valore del dollaro, ancorato al maxi-giacimento energetico del Medio Oriente, oggi tutto sta cambiando in fretta: «Lo status del petrodollaro dipende da un gran numero di fattori che rimangono perfettamente allineati dal punto di vista sociale, politico ed economico: se uno solo di questi elementi dovesse uscire dal gioco – spiega Ben Bernanke, della FedSmith – il mercato del petrolio esploderebbe in una inflazione dei prezzi che spingerebbe il resto del mondo all’abbandono del biglietto verde».
 
Ecco perché la crisi egiziana va letta essenzialmente sotto questa luce: per l’analista statunitense, i grandi rivolgimenti del Cairo «possono essere considerati come primi sintomi della inevitabile morte del petrodollaro». Mettendo fuori gioco i Fratelli Musulmani anche attraverso il ricorso al bagno di sangue, il regime militare – che domani probabilmente affronterà il giro di vite decisivo, mettendo addirittura fuorilegge gli islamisti – non fa che fomentare l’odio popolare verso gli Stati Uniti, grandi supporter del potere egiziano. E questo «non è salutare per la vita del petrodollaro nel lungo periodo». Grande problema: «Se scoppierà una guerra, sarà di grandi dimensioni e danneggerà i mercati petroliferi», dal momento che il Canale di Suez vede passare quasi l’8% del commercio marittimo mondiale, 4,5 milioni di barili di greggio ogni giorno. Già i prezzi hanno registrato un’impennata per la semplice minaccia del blocco di Suez, e il braccio di ferro in arrivo – mezzo Egitto in guerracon l’altra metà del paese – non promette nulla di buono. 
Stranamente, aggiunge Smith, il mainstream continua a sostenere che Suez «non chiuderà mai» perché «è troppo importante per l’economia egiziana». Errore: «Per il governo egiziano, l’importanza di Suez sarà irrilevante se scoppierà una rivoluzione: Suez chiuderà proprio perché non resterà più nessuna struttura per mantenere il canale aperto. Nel frattempo, i prezzi del petrolio continueranno a salire e la diffidenza verso gli Stati Uniti continuerà ad inasprirsi». Poi toccherà all’Arabia Saudita? Il rapporto tra Washington e l’emirato, secondo Smith, «è contemporaneamente simbiotico e parassitario». Storia: i primi pozzi petroliferi furono scavati da cartelli internazionali come Royal Dutch Shell, Near East Development Company e Anglo-Persian, ma alla fine «tutto fu preso in mano dalla Standard Oil di Rockefeller», azienda con alle spalle una «storia oscura». Risultato: gli affari sauditi sarebbero stati gestiti principalmente da interessi americani. «E la sete per il petrolio di tutto l’Occidente, soprattutto dopo la prima guerra Khalid Bin Farhan al-Saudmondiale, avrebbe segnato il nostro rapporto con la monarchia regnante al momento».
Come membro fondatore dell’Opec, l’Arabia Saudita è stato dei pochi super-produttori di petrolio a mantenere – fino al 1983 – un oleodotto diretto che bypassava il Canale di Suez. «Questo permise alla Standard Oil e agli Stati Uniti di rientrare in punta di piedi in Egitto per lavorare sulla instabilità interna, che già si sentiva e che alla fine culminò nella guerra civile del 1952». All’epoca la classe dirigente egiziana – considerata “fantoccio” dell’Impero britannico – fu rovesciata, «fatto che determinò la scomparsa della sterlina britannica come Top petro-Pound e come valuta di riserva mondiale», segnando l’inizio del declino economico britannico. In apparenza, finora, l’Arabia Saudita sembra aver evitato gli effetti del clima della “primavera Araba”, ma non è tutto come sembra: la defezione del principe saudita Khalid Bin Farhan al-Saud ha fatto sorgere domande sorprendenti sul vero stato di salute del gigante petrolifero arabo.
«Credo che questa defezione sia solo l’inizio dei problemi dell’Arabia Saudita, e che il più grande partner petrolifero dell’America stia per assistere ad un tumulto interno che destabilizzerà le spedizioni di petrolio in tutto il mondo», scrive Smith. «Il sostegno dell’America ad una monarchia, tanto brutale con la sua popolazione, potrà solo accelerare la fine dell’uso del dollaro nel commercio mondiale del petrolio, soprattutto se questi regimi fantoccio saranno rovesciati». Chi dubita che l’Arabia Saudita sia sulla strada di una disgregazione sociale farebbe bene a domandarsi «perché questo paese abbia sentito la necessità di sovvenzionare con miliardi di dollari la nuova giunta militare egiziana al potere». Mentre il paese «come prestanome dell’Occidente», il governo saudita teme che il successo di idee dissenzienti possa raggiungere i suoi confini: «Capiscono poco di questo gioco, in cui sono solo pedine di un progetto globale». Ma, «senza il controllo saudita sul petrolio, gli Stati Uniti perderebbero il loro ultimo solido punto d’appoggio nel mercato del petrolio: e non c’è assolutamente nessun dubbio sul fatto che il dollaro, immediatamente dopo, non sarebbe più una petro-moneta. La disperazione che causerebbe unacrisi energetica come questa – aggiunge Smith – porterebbe i mercati internazionali a Lo Stretto di Hormuzmendicare una qualsiasi soluzione, che i cartelli bancari globali guidati dal Fmi saranno ben felici di trovare».
Dall’Egitto all’Arabia Saudita, fino alla Siria: «Il fatto che il governo americano abbia creato uno stato di fatto con la rivolta siriana e il suo finanziamento e con l’armamento degli agenti di al-Qaeda ha comprensibilmente irritato molte nazioni del Medio Oriente, compreso l’Iran». Teheran, continua Smith, si trova sulla via del petrolio più importante del mondo: lo Stretto di Hormuz. Circa il 20% delle esportazioni di petrolio di tutto il mondo vengono spedite attraverso Hormuz, e la stretta insenatura è incredibilmente facile da bloccare: basterebbe far affondare qualche nave cargo. «In realtà, questa tattica è esattamente quella che l’Iran si è abituato ad usare per neutralizzare qualsiasi progetto di invasione Usa-Israele. Una presenza degli Stati Uniti o della Nato sulla terra o nello spazio aereo della Siria, dell’Egitto o dell’Iran molto probabilmente potrebbe provocare la chiusura dello Stretto di Hormuz e forti aumenti dei costi della benzina, che gli americani non si possono permettere».
Come se non bastasse, la scena è dominata da nuovi affari petroliferi: quelli tra Russia e Cina. Proprio perché fanno paura agli Usa, i grandi media non ne parlano: «Così come la maggior parte dei commerci bilaterali che non stanno utilizzando il dollaro come moneta di riferimento, sono stati ignorati dai media mainstream: anche dell’ultimo grosso affare sul petrolio stipulato tra Russia e Cina non si è detto nulla». La Russia, ricorda Smith, ha firmato un contratto storico con i cinesi: rifornirà Pechino di petrolio per i prossimi 25 anni. E questo, secondo le linee-guida bilaterali stabilite, significa che il dollaro non sarà utilizzato dai cinesi per pagare il petrolio russo. «Mi aspetto che questo sia solo l’inizio di una reazione a catena di accordi petroliferi che rifiuteranno il dollaro come principale meccanismo commerciale», avverte Smith. «Questo tipo di affari potrà aumentare in tutto il Medio Oriente se ci Il generale egiziano al-Sisisaranno sempre più lotte interne e se il disgusto della popolazione verso gli Stati Uniti diventerà una condizione essenziale per mantenere il potere».
Il dollaro, insiste l’analista, è ormai una “tigre di carta”. Vero, le scoperte di nuovi giacimenti nel Midwest americano potrebbero contrastare la “discontinuità” degli oleodotti mediorientali. Tuttavia, sarebbe ingenuo nascondersi dietro alla prospettiva del nuovo petrolio americano: perché il vero problema – sottolinea Smith – non è il petrolio, ma lo status della moneta Usa in qualità di petro-dollaro. «Questo status fa pericolosamente affidamento sul mantenimento e sulla stabilità dei regimi amici in Oriente. Possiamo produrre tutto il petrolio che vogliamo, dentro i nostri confini – dice Smith – ma se il dollaro perde la sua posizione predominante di riserva mondiale, dovremo aspettarci una massiccia svalutazione del valore della nostra moneta, avremo ancora altri crolli, e vi garantisco che la maggior parte del petrolio nazionale finirà per essere esportato come pagamento ai creditori stranieri, solo per soddisfare i debiti in sospeso».
Il moneta Usa, conclude Smith, non è più invincibile – come qualsiasi altra moneta a corso forzoso nella storia: «In qualche modo, è veramente molto più debole rispetto a qualsiasi altra moneta che c’era prima». Oggi, il biglietto verde fa completamente affidamento sul proprio status di moneta di riserva mondiale, per poter mantenere il suo valore sul mercato globale. Come è evidente, paesi come la Cina stanno già evitando di usarlo negli scambi con particolari nazioni, ed è «del tutto sconsiderato» ritenere che questa tendenza sia in qualche modo “fortuita” e non piuttosto “intenzionale”. «I paesi stranieri non starebbero avviando un processo di abbandono del dollaro oggi se non intendessero continuare per questa strada fino in fondo domani». Tutto questo, conclude Smith, va interpretato come una “crisi di copertura”. E le tensioni esistenti sono un segnale di crisi ormai dilagante, in Medio Oriente: «Molto probabilmente una crisi energetica, e nel breve termine». Sarebbe la “tempesta perfetta” che l’élite finanziaria attende: per scatenare la speculazione e, stavolta, cambiare – a modo suo, cioè contro tutti noi – il “paradigma globale”?

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