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venerdì 6 settembre 2013

Il mondo non vuole la guerra? La fermi: ecco come

La rivolta del Parlamento britannico contro il progetto coloniale di David Cameron, seguita dalla trasmissione del fascicolo siriano da Barack Obama al Congresso degli Stati Uniti, modifica profondamente i rapporti di forza internazionali, anche se il Congresso dovesse infine consentire il ricorso ai bombardamenti. Attualmente, tutti gli Stati ritrovano la loro libertà di parola. Solo la Francia è ancora in grado di mettere sotto pressione i propri vassalli per imporre loro una politica bellicista. Né il Regno Unito, né gli Stati Uniti fino al voto del loro Congresso, possono farlo. Ora, la maggior parte degli Stati del mondo è consapevole degli effetti a catena che l’intervento occidentale è in grado di provocare nel Vicino Oriente. Che sostenga la Siria o desideri rovesciare le sue istituzioni, la maggioranza può soltanto opporsi a un bombardamento, fosse anche “chirurgico”, della Siria.
Pertanto, si apre per poco più di una settimana una finestra che consente di fermare la guerra: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite può farsi carico Ban Ki-moondella questione e proibire ai propri membri di attaccare la Siria, anche per prevenire l’uso di armi di distruzione di massa da parte del suo governo. In base al diritto, la difesa della pace spetta al solo Consiglio di Sicurezza e non all’Assemblea Generale. Tuttavia, nel caso in cui il Consiglio non riesca a deliberare, per effetto di una situazione bloccata fra i suoi membri permanenti, l’Assemblea Generale può prendere atto della sua carenza e decidere al suo posto. Perciò, l’Assemblea può adottare una risoluzione che vieti di attaccare la Siria.
Secondo la nota pubblicata dal governo britannico, l’intervento delle grandi potenze sarebbe legale al di fuori di un mandato del Consiglio di Sicurezza, se perseguisse l’esclusivo obiettivo di difendere le popolazioni civili, vietando l’uso di armi di distruzione di massa, e se impiegasse mezzi proporzionati per giungere a questo obiettivo. Certamente, come in Libia, si tratta solo di giustificare l’entrata in guerra, per poi scivolare verso l’aggressione pura e semplice. Cameron non ha mai avuto l’intenzione di attenersi agli obiettivi ufficiali. Se il Consiglio di Sicurezza non può impedire un’escalation che porta alla guerra, in ragione del veto occidentale, l’Assemblea Generale può farlo. In virtù della risoluzione “Uniting for Peace” (377 V), adottata su proposta del Segretario di Stato Usa Dean Acheson durante la crisi coreana, Dean Achesondeve perciò riunirsi in “sessione speciale di emergenza” su richiesta della maggioranza dei suoi membri.
È in questa maniera che la comunità internazionale, allora guidata dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti, costrinse la Francia, il Regno Unito e Israele a ritirarsi dal Canale di Suez, che avevano invaso, nel 1956. Una tale decisione non impedirà che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e la Turchia continuino a riversare armi e denaro per finanziare gli jihadisti e i mercenari, ma nessuno Stato potrà bombardare la Siria. Questa risoluzione avrebbe come effetto immediato di accelerare l’avvio della Conferenza di Pace di Ginevra 2, perché priverebbe i gruppi armati della speranza di vincere. Il passare del tempo non farebbe che avvantaggiare la Siria di fronte ai suoi aggressori.
Fin d’ora, Cuba ha evocato questa opzione in una dichiarazione del suo ministro degli esteri Bruno Rodríguez Parrilla. Ha sottolineato che è dovere morale del segretario generale, Ban Ki-moon, raccogliere egli stesso le firme che occorrono all’indizione di questa sessione speciale di emergenza. Sarebbe per lui un’occasione per dimostrare, a coloro che lo percepiscono come una pedina degli Stati Uniti, di essersi sbagliati. Sarebbe meno rischioso che affidarsi all’ambasciatore Bashar Jaafari per sbloccare la situazione. La pace è a portata di mano.
(Thierry Meyssan, “Nei prossimi 8 giorni la pace è possibile in Siria”, intervento pubblicato su “Rete Voltaire” e ripreso da “Megachip” il 4 settembre 2013).

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