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domenica 22 settembre 2013

La cricca del Tav e le Br: per le istruzioni, rileggere Sciascia

«Terrorista, mascalzone, bastardo, stronzo». Così l’ex presidente Pd della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti, insieme ai tecnici di Italferr e Walter Bellomo non risparmiava insulti nei confronti di Fabio Zita, dirigente dell’ufficio Valutazioni di impatto ambientale (Via) della Regione Toscana, rimosso perché nella primavera 2012 osava ancora classificare come rifiuti pericolosi i fanghi di risulta degli scavi per la Tav fiorentina. E se la cordata pro-Tav affonda nel fango dell’inchiesta di Firenze, “rimedia” prontamente un comunicato firmato Br che esorta i No-Tav valsusini ad “alzare il livello dello scontro” con lo Stato. Quanto basta per scatenare la polemica di cui i partiti avevano bisogno, al punto da travisare e colpire persino Stefano Rodotà, schierato coi valsusini e bollato a sua volta come “cattivo maestro”, mentre Alfano annuncia il raddoppio del presidio militare a Chiomonte. «Fanno la faccia feroce, enfatizzano il comunicato di due brigatisti detenuti come se fossero capipopolo in grado di muovere un esercito», protesta Gad Lerner sul suo blog.
Avverte Lerner: «Non è rinforzando la presenza delle forze dell’ordine in val di Susa che si risolverà il problema. Anzi, la tensione crescerà. Come Maria Rita Lorenzettiaccadde in Alto Adige, in Barbagia, in Aspromonte. Ma temo che questo sia il desiderio del ministro degli interni, Angelino Alfano, che altrimenti non userebbe un linguaggio sì bellicoso di fronte a una popolazione locale che sa benissimo essere schierata in maggioranza contro la grande opera». L’impressione «dolorosa, condivisa anche negli ambienti della magistratura torinese che indagano sugli atti di violenza in val di Susa», è che vi sia «una politica cinica, interessata a lanciare la provocazione, per poi cavalcarla. Sicuri che tanto qualche No Tav irresponsabile ci cascherà». Gli argomenti non mancano: «Che senso ha predicare l’ordine in val di Susa da parte di un ministro che si è comportato come Alfano nella vicenda Shalabayeva? Che senso ha perseguire i No Tav in val di Susa mentre altrove una cricca politico-affaristica legata a una corrente del Pd viene accusata di corruzione per l’alta velocità a Firenze?».
Claudio Giorno, veterano No-Tav, riflette sulla cronaca dell’arresto della Lorenzetti firmata da Franca Selvatici sull’edizione fiorentina di “Repubblica”: «Non si capisce (o si capisce sin troppo bene) perché una cronaca così istruttiva, sulla seconda agonizzante Repubblica, non venga ripresa sulle pagine nazionali», scrive Giorno su “Democrazia Km Zero”. «Forse per impedire che ai No Tav della valle di Susa risulti lampante il collegamento tra i termini usati da chi tenta da mesi di delegittimarne l’azione di denuncia che da venticinque anni indica nell’associazione a delinquere di stampo politico-mafioso le vere motivazioni di mezzo secolo di grandi opere piovute su un piccolo fazzoletto di pianura incastonato tra le montagne?». Un altro attivista valsusino, Luca Giunti, tecnico No-Tav della Comunità Montana, ricorda le parole di Leonardo Sciascia apparse nel 1972 su “Storia Illustrata”: «Un funzionario che si mostrasse sagace e onesto,Leonardo Sciasciaresistente alla corruzione o alla pressione dei potenti, veniva o isolato o espulso come corpo estraneo».
Per il grande scrittore siciliano, «il “trasferimento” è stato, e forse è ancora, l’arma del potere mafioso contro il funzionario che non stava al gioco». Da anni, sottolinea Giunti, sul monte Musiné all’imbocco della valle di Susa campeggia la scritta “Tav = mafia”. «Danneggiata più volte e sempre ripristinata da chi si oppone alla Torino-Lione, si dimostra più vera ogni giorno che passa», dal momento che qualsiasi inchiesta giornalistica o giudiziaria che gratti un po’ in profondità sotto la superficie degli slogan «conferma che la “mafiosità” dell’intero sistema è l’unica reale motivazione dell’opera. Sciascia e il Movimento NoTav lo sanno da decenni. Quando se ne accorgeranno tutti, chi chiederà loro scusa?». Quanto al dottor Zita, conclude Giunti, «so con certezza che solo l’operato sconosciuto e quotidiano di tanti servitori pubblici come lui tiene ancora in piedi questo sciagurato paese».
Illuminante, aggiunge Claudio Giorno, la lettura delle motivazioni che hanno indotto i magistrati fiorentini a chiedere gli arresti domiciliari per Maria Rita Lorenzetti e i componenti della sua “squadra”. «In questi “nomi in codice” c’è forse tutta la spiegazione della degenerazione dei partiti di questi anni: la ditta, la squadra, ognuno ha il suo cerchio magico. Da una parte i diamanti di Belsito (il tesoriere della Lega ladrona che si ispirava a Bokassa) dall’altra i tartufi cucinati in modo sopraffino dal cuoco televisivo di regime, Vissani. Una corte semovente di gente che conta, decide, promuove e rimuove. E che con la tracotanza dell’abitudine al potere e la certezza dell’impunità si lascia andare a un lessico da suburra nonostante pochi mesi prima abbia ricevuto avvisi di garanzia e si possa anche supporre di essere intercettabili e intercettati». In valle di Susa, aggiunge Giorno, dove la popolazione ha avuto «l’impudenza di voler mantenere per vent’anni un atteggiamento critico, senza se e senza ma» verso le grandi opere, è stata «una fortuna» che l’opposizione, anziché «la solita benemerita ma isolata denuncia di una minoranza di persone oneste» si sia radicata in forma popolare nel movimento No-Tav. Problema: per il potere, ormai, «rappresentiamo un Gad Lernerinaccettabile rischio di contagio», denuncia Giorno.
Contagio in parte avvenuto, «per la simpatia spontanea che una lotta tenace e di popolo ha suscitato un po’ in tutti gli angoli di un paese dalle cento città, sedi di almeno altrettante vertenze territoriali». Il che non rassicura i poteri forti: «Riprendersi un patrimonio pubblico oggi dato in pegno come garanzia per le scommesse illecite dei politici di mestiere, (in un “bingo” permanente che rimescola tutto, dalle banche alle sale giochi dagli appalti pubblici ai proventi del narcotraffico lavando il denaro sporco e sporcando quello pulito) li terrorizza», scrive Giorno su “Democrazia Km Zero”. «Questo è il “vero terrorismo” di cui siamo accusati, grazie al rumore di fondo quotidiano dei media mainstream e all’azione ormai completamente distorta che gli apparati  istituzionali svolgono in prevalente difesa del potere di fatto, costituito, piuttosto che dell’equilibrio dei poteri sancito dalla Costituzione». E allora, chiosa Lerner, «che senso ha chiedere al movimento No Tav di rinunciare alla sua ragione di fondo, e di accettare cioè il fatto compiuto del traforo, quando i dubbi sulla sua effettiva realizzazione serpeggiano dalle cancellerie europee fino ai ministeri economici italiani? E’ tutt’altro che un’eventualità remota che fra un paio d’anni si alzi il ministro di chissà quale governo per dire: “Mi dispiace, sarebbe stato un bellissimo progetto, ma la crisi ci impone altre priorità. Se ne riparlerà magari fra vent’anni…”».

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